La nascita a Roma del nuovo cantiere del centrosinistra, tenuto a battesimo dal movimento civico di Alessandro Onorato, rappresenta l’ennesima conferma di un’incapacità ormai strutturale.
Quella che viene pomposamente presentata come la coalizione per battere la destra si rivela, alla prova dei fatti, una compagine priva di visione. Un’alleanza incapace di costruire un’alternativa credibile al governo Meloni, non solo sul piano puramente elettorale, ma soprattutto nella tenuta e nella coerenza politica all’interno di un progetto di lungo termine.
L’ingresso dei civici di Onorato nella coalizione mette a nudo tutte le contraddizioni radicali e irrisolte di questo schieramento. Si parla di Onorato come di una parte per il tutto è insomma.
Il neonato movimento ha subito dettato le sue condizioni, ponendo al primo posto il tema della sicurezza e della legalità in termini puramente securitari.
È il vecchio errore della sinistra, che si ripete identico a se stesso: come sempre, il nemico marcia alla testa. Il centrosinistra si ritrova ancora una volta a rincorrere la destra sul suo stesso terreno, adottandone i codici e le parole d’ordine, perché non è più in grado di proporre politiche sociali autonome e convincenti.
Questa totale subalternità culturale emerge con chiarezza sul fronte economico. Non è un caso che Onorato, unendosi al coro già ostile di Conte e Schlein, si sia affrettato a porre il veto su qualsiasi misura fiscale di pura equità che miri a colpire i grandi patrimoni.
Si rifiuta l’idea stessa di prendere le risorse laddove ci sono, tra i più ricchi, per redistribuirle e finanziare i servizi pubblici essenziali.
Davanti a questa paralisi, la domanda sorge spontanea: quali accordi politici si possono mai stringere con compagini di questo tipo? La risposta è amara, ma certa.
Quelli che si stanno siglando in questi giorni sono esclusivamente accordi a perdere. Si accetta il compromesso al ribasso ben sapendo che le risposte concrete che servono al Paese – sul lavoro, sulla sanità, sulla scuola – non arriveranno mai. Non si può costruire un’alleanza sul continuo rinvio dei nodi cruciali o sulla rimozione dei temi della giustizia sociale. La giustificazione morale di questo ammasso informe di sigle è sempre la stessa: l’unità necessaria per difendere la Costituzione contro il pericolo fascista.
Ma la Carta si difende attuandola, non usandola come uno scudo retorico. La difesa della Costituzione non si può fare solo con i puri richiami formali, perché svuotare di contenuti sociali la Repubblica fondata sul lavoro significa tradire profondamente lo spirito dei padri costituenti. Finché il campo largo preferirà il moderatismo di facciata ai bisogni reali delle persone, la destra potrà continuare a governare senza trovare un vero sfidante.
Con questi chiari di luna occorre usare al meglio il poco tempo che rimane prima delle prossime elezioni politiche per ritessere una ipotesi e una pratica di alternativa sociale e politica. Bisogna lavorare ad affollare quell’area, a darle una caratteristica plurale in grado di reggere sul medio lungo periodo, di incrociare fattivamente chi ha contrastato guerra e genocidio difendendo la Costituzione all’ultimo referendum. Un lavoro necessario, un lavoro per donne e uomini non rassegnati.
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