Guardare il Po a Torino in questi giorni stringe il cuore. Non è più un fiume; è una pozza malata, un corpo d’acqua quasi immobile che soffoca sotto il peso del caldo e dell’eutrofizzazione.
In questo scenario desolante, i tentativi di rimuovere le alghe dalla superficie assumono un carattere tragico e ridicolo al tempo stesso. È la metafora perfetta di una politica fallimentare e irresponsabile: si pulisce la superficie per nascondere il disastro, incapaci come si è di affrontare di petto un cambiamento reale sulle determinanti economiche e sociali che hanno provocato il collasso climatico.
Motus in fine velocior: la natura sta accelerando il passo e ci presenta il conto in termini drammatici, molto prima di quanto i rassicuranti modelli di transizione volessero farci credere. E in questa resa dei conti, a pagare il prezzo più alto, oltre all’ambiente, sono e saranno sempre i più deboli, coloro che non hanno risorse per proteggersi dagli effetti della crisi.
Quattro anni fa, come Rifondazione Comunista, avemmo un’intuizione che oggi si rivela drammaticamente giusta e lungimirante.
Organizzammo una serie di iniziative lungo l’intera asta del Po, da Pian del Re fino al Delta. Per una volta, il discorso si sottraeva alla stupida competizione dei territori e alle logiche suicide dell’autonomia differenziata tra Regioni. Si parlava invece di una tessitura possibile tra luoghi resi vulnerabili, uniti dal destino del più lungo fiume italiano, oggi lungo e moribondo.
Quella mobilitazione va ripresa ora, dentro una logica di battaglia politica di prima grandezza, senza infingimenti. Dobbiamo evitare i vicoli ciechi di una compatibilità con questo modello di sviluppo: una compatibilità che la politica cerca ancora, nonostante tutto, e che si rivela per ciò che è: assolutamente nichilista.
Non è più possibile girare la testa dall’altra parte. Eppure è ciò che fa la gran parte del mondo politico, compreso quello che in teoria dovrebbe essere più avvertito. Parlo del campo cosiddetto progressista, capace purtroppo di disaccoppiare le dichiarazioni di principio o le citazioni dell’esperto di chiara fama da pratiche politiche concrete, che restano assolutamente corrive al mainstream economico-produttivo e alla gestione neoliberista degli spazi urbani.
Sta diventando insopportabile la famosa strategia del «ma anche», tanto cara al Partito Democratico di ieri e di oggi.
Se non si vuole essere ipocriti di fronte alla sineddoche del Po morente, si deve ammettere che serve una svolta radicale. Non basta una riverniciata alle politiche ambientali: bisogna aggredire i determinanti economici e politici che hanno costruito il dramma odierno. Si tratta di cambiare direzione, non di tamponare malamente ogni singola emergenza.
Il PD, convinto di poter restare nel solco dell’attuale modello di sviluppo con qualche piccolo aggiustamento verde, deve peraltro fare i conti con i propri alleati riformisti – che sarebbe più corretto definire accelerazionisti della crisi. Soggetti che non intendono nemmeno guardare in faccia gli esiti mortiferi dello sconvolgimento climatico in atto.
Chi invece questo disastro lo vede e lo vive sulla propria pelle deve mettere in campo consapevolezza e coraggio. Se c’è ancora una possibilità di fare qualcosa, questa non arriverà dalle mediazioni al ribasso. Arriverà solo da chi saprà dimostrare la ragionevole determinazione di una alternativa radicale. Solo da lì possono nascere tentativi seri di soluzione.