Come il rapporto ISTAT 2026 smentisce il trionfalismo del governo

Non passa giorno senza che Giorgia Meloni ed esponenti del centrodestra enfatizzino presunti risultati positivi su crescita, occupazione e conti pubblici come se l’Italia, grazie a questo governo, fosse entrata in una fase di successo stabile. La realtà è ben diversa. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato nell’anno del Centenario dell’Istituto, fotografa un’Italia il cui Pil cresce meno della media dell’area euro mentre l’industria arretra, con il tasso di occupazione tra i più bassi dell’Unione europea, salari reali che non hanno ancora recuperato la perdita di potere d’acquisto accumulata dal 2019, una povertà assoluta endemica e un debito pubblico che rimane tra i più elevati d’Europa. Più che una stagione di risultati storici, emerge un Paese in declino, con disuguaglianze profonde e nodi strutturali irrisolti.

1. Crescita debole: l’Italia non corre, arranca

Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto appena dello 0,5 per cento, in rallentamento rispetto al 2023 (+0,9 per cento) e al 2024 (+0,8 per cento). Anche le previsioni restano modeste: l’Istat indica una crescita dello 0,5 per cento nel 2025 e dello 0,8 per cento nel 2026, il Fondo monetario internazionale conferma una condizione di quasi stagnazione.

Il confronto internazionale ridimensiona ulteriormente ogni enfasi propagandistica: la performance italiana resta inferiore alla media dell’area euro e molto distante da quella di economie più dinamiche. Tra il 2022 e il 2025, dopo il recupero dei livelli pre-pandemici, il Pil spagnolo è cresciuto cumulativamente del 9,0 per cento, contro appena il 2,3 per cento dell’Italia. In Spagna l’aumento dei redditi reali e dei salari ha sostenuto i consumi; in Italia la domanda interna resta fragile, anche perché il potere d’acquisto è stato eroso dall’inflazione.

I consumi delle famiglie mostrano il limite concreto di questa crescita. Nel 2025 diminuiscono le spese per cura della persona, protezione sociale e beni e servizi vari (-0,6 per cento), sanità (-2,3 per cento) e istruzione (-3,7 per cento). I consumi alimentari restano ancora sotto il livello del 2019 di circa il 2 per cento: un segnale incompatibile con l’immagine di un Paese che, grazie al governo, andrebbe bene.

2. La produzione industriale continua a perdere terreno

Il dato della manifattura è uno dei più difficili da conciliare con il trionfalismo governativo. Nel 2025 la produzione industriale in volume, corretta per i giorni lavorativi, è diminuita dello 0,3 per cento rispetto al 2024, mentre la media UE27 cresceva dell’1,5 per cento. Per l’Italia si tratta del terzo anno consecutivo di cali, dopo il -2,0 per cento del 2023 e il -4,0 per cento del 2024.

Il ritardo non è solo congiunturale. La produzione industriale italiana resta sotto i livelli del 2019 di circa il 4,7 per cento e, da gennaio 2022 a dicembre 2025, il Paese ha registrato 36 mesi di contrazione tendenziale. Francia e Spagna, al contrario, hanno rafforzato la crescita industriale. A pesare sull’Italia è una specializzazione ancora troppo concentrata in settori a medio-basso contenuto tecnologico, mentre i Paesi che hanno investito di più in comparti ad alta tecnologia hanno ottenuto risultati di gran lunga migliori. Si pagano decenni nei quali i vari governi che si sono succeduti hanno lasciato le scelte industriali fondamentali per il Paese alla discrezionalità delle imprese limitandosi a sostenerle con risorse pubbliche distribuite a pioggia, favorendo con leggi ad hoc la precarizzazione del lavoro e la riduzione dei salari, rifiutando di attuare politiche industriali tese a salvaguardare almeno le produzioni strategiche.

3. Occupazione: più posti, ma non per tutti e di bassa qualità

Il governo rivendica l’aumento dell’occupazione, ma il dato va letto per quello che è: positivo nella quantità, molto meno nella qualità e nella composizione. L’occupazione nel 2025 è cresciuta a un ritmo più contenuto rispetto agli anni precedenti e soprattutto aumenta solo tra gli over 50 (+4,2 per cento), mentre diminuisce tra gli under 35 (-2 per cento) e nella fascia 35-49 anni (-1,3 per cento).

E l’Italia non ne esce bene se si fa il confronto con la dinamica europea. Tra il quarto trimestre 2019 e la fine del 2025 l’occupazione è aumentata del 4,3 per cento, meno della media europea, meno della Francia (+6,4 per cento) e molto meno della Spagna (+12,6 per cento). Gli altri Paesi hanno creato più lavoro e, quasi sempre, di qualità migliore.

A fine 2025 nel nostro Paese la percentuale di occupati tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 62,5 per cento, ma resta tra le più basse d’Europa: circa nove punti in meno della media europea. Tra i giovani di 15-34 anni è appena al 43,9 per cento, e tra i 15-24enni scende al 17,9 per cento. Persistono inoltre due fratture strutturali: il divario tra occupazione maschile e femminile resta intorno ai 17 punti percentuali, mentre quello tra Nord e Sud è di circa 20 punti, che diventano 25 per le donne.

In Italia l’occupazione cresce soprattutto nel turismo, nella ristorazione, nell’edilizia e nei servizi a basso valore aggiunto: settori spesso caratterizzati da bassi salari, precarietà diffusa, stagionalità, part time involontario e maggiore vulnerabilità contrattuale. Nel frattempo, l’industria continua a perdere occupati: dal 2007 si contano circa 700 mila posti in meno.

Il confronto con la Spagna è istruttivo: lì la crescita occupazionale tra 2019 e 2025, pari a circa 2,3 milioni di nuovi dipendenti, si è concentrata quasi esclusivamente su posizioni a tempo pieno e in settori a maggior contenuto di innovazione e con retribuzioni superiori alla media. In Italia, invece, una parte rilevante della nuova occupazione accentua il problema del lavoro povero.

4. Disoccupazione e inattività: meno disoccupati, ma più lavoro povero

La riduzione della disoccupazione attestatasi nel 2025 al 6,1% è stata dunque raggiunta tramite l’aumento del lavoro povero e va letta insieme ad altri due indicatori: la disoccupazione giovanile resta tra le più alte d’Europa e il calo dei disoccupati convive con un livello di inattività eccezionalmente elevato.

Il tasso di inattività tra i 15-64enni è al 33,3 per cento: oltre 12 milioni di persone non lavorano e non cercano lavoro. È il valore più alto dell’UE27 e segnala che una parte enorme della popolazione resta ai margini del mercato del lavoro. Questo dato ridimensiona qualunque narrazione semplicistica sul “pieno successo” occupazionale.

5. Salari e potere d’acquisto: il vero punto debole del Paese

La questione salariale è il cuore della smentita alla retorica governativa. L’Italia resta uno dei Paesi europei con salari più bassi e stagnanti. In una prospettiva di lungo periodo, le retribuzioni italiane sono ferme o inferiori ai livelli di inizio anni Novanta, mentre nella media OCSE sono aumentate dal 30 al 50% e in alcuni Paesi dell’est fino al 70%.

Alla fine del 2025, rispetto a gennaio 2019, l’inflazione è cresciuta del 23,0 per cento, mentre le retribuzioni sono aumentate solo del 13,2 per cento. La perdita di potere d’acquisto rispetto al 2021 resta pari all’8,6 per cento: più contenuta nell’industria (-5,3 per cento), ma molto pesante nei servizi privati (-10,3 per cento) e nella pubblica amministrazione (-10,4 per cento), anche per il ritardo nei rinnovi contrattuali.

Il quadro diventa ancora più grave per i lavoratori vulnerabili (a termine e/o part time): la retribuzione mediana annua non raggiunge i 7 mila euro e l’incidenza delle giornate senza contratto arriva al 45,5 per cento. Nel Mezzogiorno la mediana non supera i 6 mila euro e i giorni senza contratto sfiorano il 50 per cento. Per le donne, il divario retributivo resta evidente in ogni profilo occupazionale.

Ad aprile 2026, a causa delle guerre in atto, l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato una nuova accelerazione su base annua (+2,7 per cento, dal +1,7 per cento del mese precedente). Ciò significa che anche il parziale recupero salariale, ottenuto da alcuni contratti, rischia di essere rapidamente assorbito da nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto per le famiglie con redditi medio-bassi.

6. I problemi strutturali irrisolti

Tra il 2000 e il 2024, la produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma: il Pil per ora lavorata è cresciuto complessivamente di appena lo 0,7 per cento, mentre il Pil per occupato è diminuito del 5,8 per cento. Nello stesso periodo Francia, Germania e Spagna hanno registrato incrementi del Pil per occupato nell’ordine dell’11-12 per cento. L’Italia, in sostanza, crea occupazione ma non abbastanza valore aggiunto.

Il problema è noto: ritardo negli investimenti immateriali, frammentazione del tessuto produttivo, bassa capacità di innovazione, insufficiente spesa in ricerca e sviluppo e dimensione troppo ridotta di molte imprese. Gli investimenti materiali sono cresciuti, anche grazie al PNRR, ma la componente più decisiva per il futuro — ricerca, software, innovazione di prodotto e di processo, formazione — resta insufficiente.

7. Conti pubblici: il deficit cala, ma il debito resta enorme e aumenta la pressione fiscale

Nel 2025 è entrato in vigore il nuovo quadro di governance economica europea, fondato sull’indicatore di spesa primaria netta. L’Italia ha dovuto affrontarlo con crescita debole, debito elevato e un contesto geopolitico incerto. Anche qui, la narrazione del governo seleziona i dati favorevoli e lascia sullo sfondo i vincoli reali.

Il deficit italiano è sceso dal 3,4 per cento del Pil nel 2024 al 3,1 per cento nel 2025, grazie a due anni consecutivi di avanzo primario (0,5 e 0,8 per cento). Ma la spesa per interessi resta molto alta, al 3,9 per cento del Pil, e il debito pubblico si colloca al 137,1 per cento: il secondo valore più elevato nell’area considerata dopo la Grecia.

La riduzione del deficit, inoltre, non coincide affatto con un alleggerimento del carico fiscale. Al contrario, la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento, dal 42,4 per cento del 2024. Il dato è ancora più significativo perché l’aumento delle entrate passa soprattutto dalle imposte indirette, cresciute del 2,5 per cento, contro lo 0,7 per cento delle imposte dirette: una composizione che riduce la progressività del fisco e scarica una quota crescente del prelievo sui consumi, quindi sul lavoro dipendente, sui pensionati e sui ceti popolari. La riduzione dell’Irpef dovuta alla rimodulazione di scaglioni, aliquote e detrazioni accentua l’orientamento regressivo del sistema.”

8. Giovani, NEET ed emigrazione: il Paese perde le migliori competenze

Tra il 2015 e il 2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani è rimasto sistematicamente negativo. Gli espatri sono saliti da circa 102 mila a oltre 141 mila unità annue, mentre i rientri si sono fermati in media intorno a 55 mila. Il risultato è una perdita netta complessiva di circa 590 mila residenti italiani in dieci anni.

La perdita riguarda soprattutto i giovani: il saldo è negativo per 275 mila persone tra i 25 e i 34 anni, per 93 mila tra i 15 e i 24 anni e per 137 mila tra i 35 e i 49 anni. Alla base ci sono salari bassi, precarietà, difficoltà a trovare un lavoro dignitoso e opportunità per i laureati inferiori rispetto a Germania, Francia e Spagna. Tra gli occupati laureati di 25-34 anni, il 23,7 per cento svolge professioni a media o bassa qualifica.

Anche il dato sui NEET (persone che non studiano, non lavorano e non cercano impiego) conferma che il miglioramento non basta. Nel 2025 il fenomeno coinvolge il 13,3 per cento dei giovani tra 15 e 29 anni (1.178 000), e sale al 15,2 per cento tra i 20-24enni e  al 20,0 per cento tra i 25-29enni. Oltre un terzo dei NEET è disoccupato e il 40,3 per cento lo è da almeno un anno, con una quota che nel Mezzogiorno arriva al 48,5 per cento.

9. Povertà e disuguaglianze: la stabilità della povertà è un fallimento, non un successo

La povertà assoluta, raddoppiata dopo il 2012 e aumentata negli anni degli shock pandemico e inflazionistico, non è tornata sui livelli precedenti. Nel 2025 in Italia 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta, pari al 9,8 per cento della popolazione. Tra le famiglie con persona di riferimento operaia l’incidenza è del 15,6 per cento; tra i minori sono in povertà assoluta 1,28 milioni di ragazzi, pari al 13,8 per cento degli under 18.

Le persone a rischio di povertà sono quasi 11 milioni, il 18,6 per cento del totale. Nel Sud la quota sale al 30,5 per cento, nelle Isole al 35,4 per cento e tra le famiglie monogenitoriali con figli minori arriva al 36 per cento. Inoltre, il 35,7 per cento della popolazione non può permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa e il 22,4 per cento dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà.

Questi numeri smentiscono l’idea di un benessere diffuso. Se milioni di persone restano povere anche lavorando, se le famiglie tagliano su sanità e istruzione, se giovani qualificati emigrano e se l’occupazione cresce soprattutto dove i salari sono più bassi, allora il problema non è la comunicazione del governo: è la distanza tra propaganda e realtà sociale.

Conclusione: non un miracolo, ma un Paese in declino economico e sociale

Il bilancio complessivo è netto e smentisce alla radice la narrazione del governo. L’Italia cresce poco, perde terreno nell’industria, produce occupazione fragile e mal pagata, mantiene salari reali compressi, lascia irrisolti i divari territoriali e di genere, e continua a convivere con livelli intollerabili di povertà e inattività. Anche sul piano dei conti pubblici, il calo del deficit non si traduce in un miglioramento reale per lavoratori e famiglie: il debito resta enorme, la spesa per interessi assorbe risorse decisive e la pressione fiscale aumenta, scaricandosi in modo sempre più regressivo su lavoro dipendente, pensionati e ceti popolari. Più che un successo da rivendicare, il quadro delineato dai dati mostra il fallimento di una politica economica incapace di affrontare i nodi strutturali del Paese e impegnata soprattutto a mascherarli con la propaganda.

Un governo responsabile dovrebbe partire da questi dati, non occultarli: salari, produttività, innovazione, industria, Mezzogiorno, occupazione femminile, giovani e povertà richiedono politiche strutturali, non slogan. Finché questi nodi resteranno irrisolti, ogni narrazione trionfalistica sarà non solo eccessiva, ma profondamente infondata.

Per invertire questa traiettoria servirebbe un cambio drastico di rotta rispetto alle politiche neoliberiste portate avanti da questo governo e anche da quelli che lo hanno preceduto. Non bastano correzioni marginali dentro lo stesso impianto: occorre rimettere al centro il lavoro, la redistribuzione della ricchezza, l’intervento pubblico nell’economia e la difesa dei settori produttivi strategici.

Un risultato di questo tipo può essere conquistato solo attraverso il rilancio generalizzato delle lotte sociali e sindacali: per aumenti generalizzati di salari e pensioni, a partire dall’introduzione di un salario minimo di 12 euro l’ora; per l’abolizione delle leggi che hanno prodotto precarietà e ricatto occupazionale; per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per investimenti massicci nel welfare, nella sanità, nella scuola e nei servizi pubblici recuperando le risorse col taglio delle spese militari e la tassazione delle grandi ricchezze.

Allo stesso tempo, la riconversione ecologica delle produzioni non può essere lasciata alle compatibilità del mercato né agli interessi immediati delle imprese: deve essere guidata dal pubblico, con piani industriali capaci di salvaguardare e rilanciare le produzioni strategiche, creare occupazione stabile e qualificata e arrestare la deindustrializzazione del Paese. Solo una rottura con questa impostazione economica può impedire che il declino diventi strutturale e irreversibile.

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