Con la sentenza choc della Corte di Giustizia Ue nota come “caso Traugott Ickeroth” è stata data una mazzata micidiale alla libertà di espressione. Questa sentenza stabilisce che qualsiasi cittadino/cittadina che ripubblica contenuti di Russia Today (RT) su un sito web, quand’anche su un sito gratuito, senza pubblicità, sostenuto soltanto da contributi volontari, commette un reato perseguibile penalmente fino a 6 anni di reclusione. Non importa se il contenuto della pubblicazione è di pubblico interesse, non importa se le notizie che vengono pubblicate sono vere o false. Importa solo che non vengano diffuse e portate a conoscenza dell’opinione pubblica. Lo deve essere in linea di fatto e di principio.
Questa sentenza segna il punto di gravissima crisi politica, di strategie e di valori in cui si trova l’Europa oltre che il mondo occidentale. Non siamo solo in presenza di una lista di proscrizione, quella che la Ue ha da tempo stilato nei confronti di svariati canali di informazione russi marchiati come pericolosi strumenti di disinformazione. Qui si va oltre ogni limite di decenza, siamo ad una sentenza che sancisce la stretta sorveglianza e, se necessario, l’intervento repressivo nei confronti di ciò che viene immesso nel circuito dell’informazione dei paesi Ue. I cittadini europei devono essere spossessati del diritto di critica, di verifica e di utilizzo delle informazioni sgradite. Siamo, come qualcuno ha giustamente osservato, ad una sorta di “dottrina europea della parola consentita”. Il militarismo torna a fare rima con l’oscurantismo. La sentenza della Corte di Giustizia Ue segna un indubbio slittamento culturale, giuridico che ci immette su una strada assai lontana dai valori finora esibiti di libertà democratiche, di pace, di convivenza con i popoli. Lo fa senza che nessuno in Italia, dove vige l’art. 21 della Costituzione – “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” – dica alcunché. Né da destra né dal centrosinistra. Una vergogna.
Sta di fatto che in tutti questi anni abbiamo visto i maggiori giornali, le maggiori emittenti televisive e radiofoniche traboccare di sentimenti di rifiuto verso tutto ciò che è russo. Uno dei fenomeni più spaventosi a cui abbiamo assistito in questi anni è stata la negazione della cultura russa laddove le opere letterarie, musicali sono sparite sia dai piani di studio sia dai palcoscenici, laddove migliaia di libri sono stati rimossi dagli scaffali delle biblioteche. Adesso siamo arrivati alla censura nei confronti del diritto al pensiero e alla parola. Nell’Europa sempre più in crisi e insicura, in assetto di guerra, ci deve essere posto solo per la propria propaganda politico militare. Qualcuno mi sa dire dove sta la differenza con i metodi del Minculpop, ovvero di quello che fu il braccio della propaganda del regime fascista in Italia? L’intento è chiaro: solo un pubblico reso preventivamente uniforme, plasmato, privato delle conoscenze essenziali del mondo che lo circonda, impedito dal fare confronti e distinzioni può essere manipolabile, può essere portato all’obbedienza e alla rassegnazione nei confronti di una guerra, quella in atto tra Nato e Russia per interposta Ucraina. Una guerra che rischia di diventare totale se non sarà fermata da una mobilitazione popolare.