Ex Ilva, il governo porta l’acciaio italiano al disastro

La decisione della Corte d’appello di Milano, che ha confermato lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre, non è una fatalità né un incidente di percorso. È il risultato di una responsabilità politica precisa: quella di un governo che ha lasciato marcire la più grande vertenza industriale del Paese, trasformando la transizione ecologica in propaganda e il rilancio produttivo in una promessa vuota. Ma chiama in causa anche le responsabilità dei governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, incapaci di costruire una vera politica industriale, ambientale e occupazionale per Taranto e per la siderurgia italiana.

La salute deve prevalere sul profitto: lo ha ribadito la magistratura. Ma il punto politico è che il governo ha permesso ancora una volta che salute e lavoro venissero messi l’uno contro l’altro. La vera alternativa era nota da anni: nazionalizzazione, continuità produttiva, bonifiche, forni elettrici, DRI a Taranto, tutela integrale dell’occupazione. Era la sola strada per chiudere con il carbone senza chiudere la fabbrica.

Dietro gli annunci, una strategia di dismissione

Il ministro D’Urso ha parlato di acciaio verde, autonomia nazionale e decarbonizzazione. Ma dietro le parole non c’è stato un piano vincolante, non ci sono state risorse adeguate, non c’è stata una scelta pubblica all’altezza. C’è stata invece una gestione che ha ristretto il perimetro industriale, indebolito gli impianti, logorato i lavoratori, lasciato nell’incertezza gli stabilimenti e preparato il terreno alla vendita a pezzi.

Più che lavorare al rilancio dell’ex Ilva come azienda strategica per l’Italia, da decarbonizzare e riconvertire all’elettrico, D’Urso ha agito come se la sua missione fosse accompagnarla alla chiusura o alla svendita, dopo averla fatta a pezzi e resa appetibile solo per chi vuole prendersi il meglio e scaricare allo Stato, ai territori e ai lavoratori il costo del fallimento.

Lo spezzatino è privatizzazione del profitto e socializzazione del disastro

L’ipotesi dello spezzatino non è una soluzione industriale: è una liquidazione mascherata. Significa rinunciare a una siderurgia nazionale integrata, consegnare a interessi privati i pezzi più convenienti e lasciare al pubblico macerie ambientali, crisi occupazionale e responsabilità sociali. È l’esatto contrario di una politica industriale: è la resa dello Stato davanti al mercato.

Intanto la bomba sociale è già innescata. Le procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto sono il segnale più brutale di ciò che sta accadendo: pagano i lavoratori, pagano le famiglie, pagano Taranto e gli altri stabilimenti, mentre il governo continua a nascondersi dietro tavoli tardivi, annunci e formule buone solo per prendere tempo.

Serve una rottura: nazionalizzazione e piano pubblico

La posizione che abbiamo sostenuto  in questi anni esce confermata e rafforzata dai fatti: l’ex Ilva non si salva aspettando un compratore privato, né riducendo occupazione e capacità produttiva, né vendendo pezzi di un patrimonio industriale nazionale. Si salva solo con una scelta di rottura: nazionalizzazione, controllo pubblico, piano industriale vincolante, decarbonizzazione reale, forni elettrici, DRI, bonifiche, sicurezza e tutela di tutti i lavoratori diretti, di Ilva in amministrazione straordinaria, degli appalti e dell’indotto.

Il governo non può più scaricare la colpa sui giudici, sui sindacati o sui territori. La chiusura dell’area a caldo non è il fallimento della transizione ecologica: è il fallimento di chi non ha voluto trasformarla in politica industriale. Se Palazzo Chigi non interviene ora con il blocco dei licenziamenti, il commissariamento politico del dossier e la nazionalizzazione dell’ex Ilva, porterà la firma sulla più grave resa industriale degli ultimi decenni.

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