Per un Nuovo Patto Sociale. L’alternativa di un nuovo progetto economico sociale all’economia di guerra

Il piano europeo di riarmo da 800 miliardi di euro viene generalmente presentato come una risposta alle tensioni geopolitiche e alle nuove esigenze della difesa continentale. Eppure, prima ancora che un programma militare, esso rappresenta una gigantesca operazione di politica economica.

Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo occorre capovolgere il punto di vista con cui la questione viene abitualmente affrontata. Non si tratta soltanto di capire quanti armamenti verranno acquistati o quali industrie ne beneficeranno. La domanda decisiva riguarda l’utilizzo delle risorse collettive prodotte dalla società.

Per oltre trent’anni ai cittadini europei è stato spiegato che non esistevano i margini finanziari per assumere il personale mancante nella sanità pubblica, stabilizzare il precariato scolastico, rafforzare gli organici degli enti locali, costruire nuovi alloggi popolari, mettere in sicurezza il territorio, ampliare la ricerca pubblica o rafforzare i servizi essenziali. L’austerità è stata presentata come una necessità inevitabile, mentre i vincoli di bilancio sono stati trasformati in una sorta di legge naturale dell’economia.

Oggi scopriamo invece che quei vincoli possono essere sospesi quando l’obiettivo è il riarmo. I governi europei non stanno lasciando spazio all’iniziativa privata né confidando nella capacità autoregolatrice dei mercati. Al contrario, stanno mobilitando risorse pubbliche, debito pubblico, garanzie pubbliche e deroghe alle regole fiscali per sostenere un massiccio programma di investimenti militari.

Questo fatto ha una conseguenza politica enorme.

Dimostra che il problema non è mai stato l’intervento dello Stato nell’economia. Lo Stato interviene eccome. Anzi, continua ad essere l’unico soggetto capace di orientare investimenti di questa portata. La vera questione riguarda piuttosto chi beneficia di quell’intervento e quali obiettivi si intendono perseguire attraverso la spesa pubblica.

Se è possibile mobilitare centinaia di miliardi per il riarmo, allora è possibile mobilitare centinaia di miliardi anche per affrontare la crisi della sanità pubblica, il declino dei salari, il dissesto idrogeologico, l’emergenza abitativa, la precarizzazione del lavoro, la transizione energetica e il progressivo impoverimento dei servizi collettivi.

È da qui che nasce l’idea di un nuovo Patto Sociale.

Non come semplice proposta redistributiva, ma come progetto economico alternativo capace di mettere in discussione la gerarchia delle priorità che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

L’aspetto più interessante è che una simile prospettiva non si fonda soltanto su considerazioni etiche o ideali. Esistono infatti solide ragioni economiche per sostenere che investire nelle persone sia più efficace che investire negli armamenti.

La letteratura economica sui moltiplicatori fiscali mostra da tempo che non tutte le forme di spesa pubblica generano gli stessi effetti sull’economia. La spesa militare tende ad avere ricadute più limitate perché è fortemente concentrata, ad alta intensità di capitale e spesso dipendente da filiere internazionali. Gli investimenti sociali, al contrario, sono ad altissima intensità di lavoro e distribuiscono immediatamente reddito nell’economia reale.

Questo significa che assumere un infermiere, un insegnante, un tecnico ambientale o un ispettore del lavoro non produce soltanto un miglioramento del servizio erogato. Produce anche reddito, consumi, gettito fiscale, contribuzione previdenziale e nuova attività economica. La spesa ritorna nel circuito produttivo invece di esaurirsi nell’acquisto di un bene che spesso genera effetti occupazionali molto più limitati.

Per questa ragione il cuore di un nuovo Patto Sociale non può essere rappresentato da semplici trasferimenti monetari. Il suo perno deve essere un grande piano straordinario di occupazione pubblica.

I fabbisogni sociali esistono già e sono sotto gli occhi di tutti.

La sanità pubblica soffre una carenza cronica di personale medico, infermieristico e tecnico. La scuola continua a reggersi su un precariato strutturale che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori.

Gli enti locali rappresentano forse il caso più evidente degli effetti prodotti dall’austerità. Per anni il Patto di stabilità ha impedito assunzioni necessarie anche in presenza di bilanci sani, trasformando i Comuni nel principale terreno di applicazione delle politiche di contenimento della spesa pubblica. Mentre crescevano i bisogni sociali e territoriali, diminuivano tecnici, assistenti sociali, amministrativi, manutentori, progettisti e figure specializzate. La conseguenza è stata una progressiva desertificazione della capacità pubblica di intervenire nei territori.

Gli organismi ispettivi, le strutture di prevenzione delle ASL, gli enti previdenziali e gli organismi di controllo lavorano con personale insufficiente rispetto alle esigenze reali di contrasto al lavoro nero, alle frodi, all’evasione contributiva e agli infortuni sul lavoro.

A questi fabbisogni si aggiungono quelli legati alla manutenzione del territorio e alla crisi climatica. Alluvioni, frane, siccità e dissesto idrogeologico richiederebbero programmi permanenti di intervento, manutenzione e prevenzione, capaci di impiegare decine di migliaia di lavoratori qualificati.

Lo stesso vale per la crisi abitativa. Milioni di persone destinano quote crescenti del proprio reddito all’affitto, mentre enormi patrimoni immobiliari pubblici e privati restano inutilizzati o abbandonati. Un grande piano di edilizia residenziale pubblica e recupero del patrimonio esistente potrebbe contemporaneamente garantire il diritto all’abitare e generare occupazione stabile.

Anche il sistema della giustizia rappresenta un enorme giacimento di lavoro socialmente utile. Tribunali e procure continuano a scontare carenze croniche di personale amministrativo e tecnico che rallentano l’accesso alla giustizia, allungano i tempi dei procedimenti e compromettono l’effettività dei diritti. Un piano straordinario di assunzioni nel comparto giustizia consentirebbe di migliorare l’efficienza del sistema, ridurre i tempi processuali e rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Particolarmente drammatica è la situazione degli istituti penitenziari. Il sovraffollamento, la carenza di personale educativo, sanitario e trattamentale, l’insufficienza delle attività formative e lavorative e le condizioni materiali di molti istituti pongono un problema che riguarda non soltanto i diritti delle persone detenute, ma la qualità stessa della democrazia.

Un nuovo Patto Sociale dovrebbe prevedere un vero e proprio Piano Carceri orientato alla dignità della vita detentiva, al reinserimento sociale, all’ampliamento delle opportunità formative e lavorative, al rafforzamento delle strutture sanitarie e all’assunzione di educatori, psicologi, assistenti sociali e personale penitenziario. Non si tratta di un intervento assistenziale, ma di una politica che riduce la marginalità, abbassa la recidiva e produce benefici sociali ed economici di lungo periodo.

Non stiamo quindi parlando di occupazione artificiale. Stiamo parlando di bisogni collettivi già esistenti e oggi ampiamente insoddisfatti.

Ma c’è un ulteriore elemento che rende strategico il lavoro pubblico: il suo effetto sul mercato del lavoro nel suo complesso.

Negli ultimi decenni il progressivo ridimensionamento del settore pubblico ha contribuito a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori. Quando l’occupazione pubblica viene compressa, milioni di persone sono costrette a rivolgersi esclusivamente al mercato privato, accettando troppo spesso salari bassi, precarietà e condizioni peggiorative.

Al contrario, uno Stato che assume con contratti stabili e salari dignitosi introduce nel mercato un soggetto capace di competere per la forza lavoro. Le imprese che vogliono attrarre personale devono a loro volta migliorare le condizioni offerte.

In questo senso il lavoro pubblico non rappresenta soltanto una risposta a specifici bisogni sociali. Diventa uno strumento di politica salariale. Contribuisce ad aumentare il valore del lavoro in generale, rafforza la contrattazione e riduce la pressione verso il basso sui redditi.

Questa funzione è stata storicamente una delle principali conquiste del movimento operaio europeo. Per decenni il settore pubblico ha rappresentato un riferimento salariale e normativo capace di influenzare positivamente l’intero mercato del lavoro. La sua progressiva riduzione non ha prodotto maggiore efficienza, ma una crescente debolezza del lavoro rispetto al capitale.

Anche il sistema previdenziale ne trarrebbe beneficio. Ogni nuovo lavoratore assunto significa maggiori contributi versati, maggiore gettito fiscale e minore ricorso agli strumenti assistenziali. Il rafforzamento dell’occupazione non rappresenta quindi soltanto una politica del lavoro, ma anche una politica di sostenibilità del welfare e delle pensioni.

Applicando alla realtà italiana le evidenze presenti nella letteratura sui moltiplicatori fiscali e sugli effetti occupazionali degli investimenti pubblici, è possibile delineare alcuni scenari alternativi. Un investimento sociale di 50 miliardi di euro potrebbe generare circa 65 miliardi di PIL aggiuntivo e fino a 800.000 nuovi occupati. Uno scenario da 100 miliardi potrebbe produrre tra 130 e 160 miliardi di PIL e fino a 1,6 milioni di posti di lavoro. Un programma più ambizioso, fondato sulla piena occupazione, sulla riconversione ecologica dell’economia e sul rafforzamento dei servizi pubblici, potrebbe arrivare a generare tra 300 e 340 miliardi di PIL aggiuntivo e fino a 3,5 milioni di occupati.

Naturalmente nessuna simulazione costituisce una previsione certa. Tuttavia tutte indicano la stessa direzione: investire nel welfare, nel lavoro e nei servizi pubblici non significa sacrificare la crescita economica. Significa costruire le condizioni per una crescita più equilibrata, più diffusa e più sostenibile.

Perché un simile progetto sia realmente trasformativo occorre però affrontare anche il nodo della proprietà. Le grandi infrastrutture energetiche, le reti fondamentali, l’acqua e gli altri beni comuni non possono essere lasciati esclusivamente alle logiche della rendita privata. Un nuovo Patto Sociale dovrebbe restituire alla collettività il controllo democratico dei settori strategici dell’economia, riconoscendo che energia, infrastrutture e servizi essenziali rappresentano strumenti di sviluppo e non semplici occasioni di profitto.

Il confronto aperto dal riarmo europeo assume quindi un significato che va ben oltre la politica estera o la difesa.

Da una parte vi è un’economia che utilizza la capacità fiscale e finanziaria dello Stato per alimentare la militarizzazione, la concentrazione della ricchezza e la subordinazione delle politiche pubbliche alle logiche della competizione geopolitica.

Dall’altra può prendere forma un’economia sociale fondata sulla piena occupazione, sulla sanità pubblica universale, sulla scuola, sulla ricerca, sul diritto all’abitare, sulla giustizia efficiente, sulla dignità del sistema penitenziario, sulla riconversione ecologica, sulla proprietà pubblica delle infrastrutture strategiche e sulla riduzione delle disuguaglianze.

In altre parole, un progetto socialista moderno che non si limita a denunciare i limiti dell’economia di guerra, ma propone un diverso utilizzo delle risorse collettive, capace di produrre più lavoro, più diritti, più sviluppo e una democrazia economica più avanzata.

La domanda che il piano di riarmo europeo pone a tutti noi è, in fondo, molto semplice:

se esistono le risorse per finanziare l’economia di guerra, che cosa impedisce di utilizzarle per finanziare una nuova stagione di progresso sociale?

Fonti e riferimenti

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