Il 30 ottobre è stata una straordinaria giornata di mobilitazione contro la crisi sociale e le sciagurate politiche portate avanti dal governo Meloni ma, come hanno rilevato tutta una serie di osservatori, vi è una evidente contrapposizione tra le istanze che hanno animato questa giornata e la loffia, contraddittoria opposizione politica rappresentata dalle forze che fanno riferimento al Campo largo. Se non contrapposizione sicuramente siamo al non riconoscimento della politica ufficiale – quella che si è messa al servizio del mercato – come sede di rappresentanza dei propri interessi, delle proprie rivendicazioni; quella ancora che su temi dirimenti come il riarmo e la guerra non ha alcuna capacità di segnare una reale differenza politica.
Chi è sceso in piazza contro il carovita, i salari e le pensioni da fame, i tagli alla scuola e alla sanità, sfidando l’inasprimento di misure di contrasto e repressione, lo ha fatto in opposizione alla guerra e al riarmo, al genocidio del popolo palestinese, senza se e senza ma. “Soldi alla sanità, alla scuola, non alla guerra” e “Giù le armi, su le pensioni e i salari” sono alcuni degli slogan diventati grido comune nei cortei. Che tipo di attinenza ha il Pd rispetto a queste parole d’ordine? Nessuna. Proprio ieri abbiamo letto le incredibili parole di un esponente di primo piano di questo partito: “se al governo, dovremmo dare più aiuti militari a Kiev di quelli di Meloni”. Più realisti e belligeranti del re. E’ inutile che Elly Schelin e i suoi sodali, in chiave tutta elettoralistica, dicano che occorre unirsi per battere le destre se poi si fanno delle uscite e delle scelte che danno il senso di una falsa opposizione utile solo a proseguire la guerra, a favorire sul piano interno una idea devastante di riarmo come progetto industriale a discapito delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone.
Penso che le mobilitazioni in corso da un anno a questa parte in Italia e in tutta Europa dicano della fine del ciclo neoliberale. Siamo in presenza di una crisi generale di “governamentalità”, ovvero della capacità della politica che si è posta al servizio del mercato e della guerra di presiedere al controllo delle condotte di larghe fette della popolazione. Questa crisi si fronteggia non col politicismo che ti porta a pensare di poter contare qualcosa se partecipi al gioco chiuso dell’alternanza – in realtà non conti nulla – ma stando in relazione con i soggetti portatori di nuove istanze critiche e di liberazione, con le domande di pace e di giustizia sociale, costruendo conflitto, costruendo (ricostruendo) un progetto di alternativa politica e di società che torni a parlare a tutte quelle persone che pagano il prezzo più alto della crisi. Un nuovo ciclo di lotte sociali è cominciato. Mai come in questo momento occorre stare dalla parte giusta.
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