Il paradosso della democrazia interna in Rifondazione Comunista

Le dichiarazioni rilasciate da Maurizio Acerbo nel corso della trasmissione Omnibus su La7 il 31 ottobre hanno offerto uno spaccato contraddittorio della vita interna di Rifondazione Comunista. Nel suo intervento, il Segretario Nazionale ha ribadito con forza un concetto apparentemente inoppugnabile: nel partito non esiste un capo assoluto e ogni decisione viene presa in modo rigorosamente democratico. Una narrazione suggestiva, che evoca l’immagine di un collettivo orizzontale, ma che sbatte violentemente contro la realtà delle scelte gestionali degli ultimi mesi.

Il richiamo formale alle regole interne rischia di trasformarsi in un guscio vuoto se privato dell’ascolto della base. Appare difatti paradossale rivendicare la purezza dei processi democratici proprio mentre si sceglie di ignorare la voce di oltre 2400 iscritte e iscritti.

Questo cospicuo gruppo di militanti aveva avanzato una richiesta formale e legittima: una consultazione interna straordinaria per potersi esprimere in modo serio, tempestivo e approfondito sulla linea politica. La richiesta è stata invece respinta e negata dallo stesso Acerbo, smentendo nei fatti quella centralità del corpo militante sbandierata nei salotti televisivi.

Al centro del dibattito negato vi è l’opzione, ormai chiara e definitiva, di collocare Rifondazione Comunista, comunque la si racconti, all’interno del cosiddetto “campo largo”. Una scelta strategica di tale portata, che ridefinisce l’identità e la postura pubblica del partito, avrebbe richiesto un percorso di reale condivisione e non una ratifica burocratica imposta dall’alto da consumarsi “a babbo morto” quando, cioè. i giochi saranno fatti e non ci sarà più tempo per altre soluzioni.

La base chiedeva semplicemente di poter valutare se questa alleanza elettorale sia coerente con gli obiettivi storici del partito o se non rischi piuttosto di annacquarne le istanze.
Questo arroccamento appare ancora più grave se contestualizzato nel momento storico attuale. Le piazze di questi giorni, attraversate da lavoratori, studenti e movimenti sociali, testimoniano un protagonismo e una vivacità straordinari.

C’è una domanda reale di cambiamento, un’esigenza profonda di risposte radicali che partano dai bisogni concreti della cittadinanza. È su questo terreno che una forza autenticamente di sinistra dovrebbe investire le proprie energie, lavorando per dare sbocco politico a queste spinte, con l’obiettivo di costruire una vera alternativa sociale, economica, ambientale e politica.

Il “campo largo”, per la sua natura eterogenea e per i vincoli dei suoi attori principali, non è strutturalmente in grado di offrire questa alternativa. Si tratta di un cartello elettorale condizionato da forze moderate e neoliberali, incapaci di mettere in discussione i dogmi economici dominanti. Scegliere di confluirvi senza un dibattito interno democratico significa condannarsi all’irrilevanza e preparare il terreno a una nuova stagione di disillusione collettiva.

Quando le aspettative di cambiamento sociale vengono tradite da coalizioni ibride e prive di coraggio, lo sbocco inevitabile è il riflusso verso nuovi populismi. Questi fenomeni, alimentati dalla frustrazione delle classi popolari, sono oggi tragicamente segnati da un autoritarismo crescente. Rivendicare la democrazia in TV negandola agli iscritti non è solo un errore politico, ma una responsabilità storica che rischia di spegnere l’ultima speranza di un riscatto sociale autentico.