Il PD a trazione bellicista: se il progressismo dimentica la pace e abdica alla diplomazia

La parabola politica del Partito Democratico ha davvero smarrito qualsiasi minimo legame con una visione utilmente pacifista attenta alle dinamiche geopolitiche in atto.

Oggi assistiamo a una linea di partito che si mostra monolitica, preoccupante e profondamente bellicista.

La richiesta senza riserve di un sostegno militare incondizionato a Kiev e l’accelerazione forzata per l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione Europea rivelano il vero volto del PD reale: una forza politica incapace di immaginare un’alternativa alla logica della spirale del conflitto permanente, aperto a qualsiasi tipo di escalation incontrollabile.

Questa postura acritica non rappresenta soltanto una scelta di campo geopolitica, ma una vera e propria rinuncia alla politica stessa. Trasformare l’invio di armamenti in un dogma indiscutibile significa spegnere sul nascere ogni spazio di manovra diplomatica. Il dramma è che questa visione schiaccia l’Europa nel ruolo di attore attivo solo sul piano militare, privandola di una possibile azione dialogante.

Quella che doveva essere una grande potenza civile, nata dalle macerie del Novecento per promuovere la pace e mediare i conflitti globali, viene ridotta dal PD a una riserva strategica del militarismo neocon, incapace di formulare una proposta autonoma per nuovi equilibri internazionali.

Sostenere l’ingresso immediato di Kiev nell’UE in un contesto di guerra aperta risponde a un impulso emotivo, propagandistico, non a una seria analisi geopolitica, che consiglierebbe invece estrema prudenza. Un’ Ucraina dentro l’ UE oggi significherebbe di fatto un confronto diretto con la Russia: un disastro puro!

Un’integrazione europea priva di riforme strutturali e slegata da un solido piano di pacificazione globale per tutti, con la sicurezza garantita anche alla Russia come a Kiev, rischia di destabilizzare l’Unione stessa, istituzionalizzando una linea di faglia permanente nel cuore del continente.

Ma il PD non sembra curarsene. La sua direzione preferisce allinearsi ciecamente a direttive suicide, mostrando una totale incapacità di pensare a un’Europa propositiva, capace di dialogare a 360 gradi, anche con il Sud del mondo, e di imporre la de-escalation come unica via d’uscita.

Davanti a questo scenario, la domanda per le forze che si intendono progressiste e per l’intero Paese si fa drammatica: quale alternativa per l’Italia è mai possibile costruire con queste premesse? Come si può pensare di edificare una coalizione di cambiamento con un partito che ha fatto del bellicismo il proprio baricentro identitario?

L’alleanza con chi rifiuta anche solo di pronunciare la parola trattativa con n la Russia rischia di essere un vicolo cieco per chiunque creda ancora nella giustizia sociale e nella coesistenza pacifica.

La spesa militare crescente, caldeggiata da questa linea, sottrae risorse vitali alla sanità, alla scuola e al welfare italiano, impoverendo i cittadini in nome di una guerra infinita.

È urgente ricostruire un’area politica e culturale che rimetta al centro, tra le altre cose, l’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ha bisogno di una forza che rifiuti il pensiero unico del conflitto e che sappia guardare al futuro con il coraggio della diplomazia, non con la rassegnazione delle armi.

Se il PD sceglie la via del massimalismo atlantista, spetta a un’altra opposizione l’onere e l’onore di dare voce a quella maggioranza silenziosa di italiani che chiede, con forza e preoccupazione, che l’Europa torni a essere una terra di pace e di mediazione globale.

Con questo PD reale, al di là delle uscite di qualche centrista, non è credibile nemmeno il richiamo per un fronte comune antifascista, perché è il popolo sceso in piazza per Gaza e contro la guerra che indica la via per la tutela della Costituzione. Quella antifascista, che ripudia la guerra, che richiede pratiche correnti per guardare al futuro.

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