Amitav Acharya, Distinguished professor alla American University di Washington D.C., è stato in Italia nei giorni scorsi per presentare il suo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi editore). Abbiamo approfittato della sua disponibilità per intervistarlo. Per questa lo ringraziamo molto.
Alberto Deambrogio: Professor Acharya, nel suo lavoro lei descrive la fine dell’ordine globale a guida americana non come l’inizio di una nuova egemonia (ad esempio cinese), ma come un mondo “multiplex”, simile a un cinema multisala con film diversi proiettati contemporaneamente. Guardando alle crescenti tensioni geopolitiche attuali, ritiene che questo modello sia ancora stabile o stiamo assistendo a una frammentazione più pericolosa e polarizzata rispetto al passato?
Amitav Acharya: Vorrei innanzitutto chiarire cosa intendo per Multiplex. È un ordine non egemonico: in sostanza, sostiene che nessuna singola potenza possa dominare il mondo, che si tratti degli Stati Uniti, della Cina o dell’India. Sarà un mondo più pluralistico. Allo stesso tempo, però, non si tratta semplicemente di un mondo multipolare, nel quale soltanto alcune -magari tre, quattro o cinque -grandi potenze dominano. Multiplex significa qualcosa di più diversificato e realistico, con molti più attori, comprese le grandi potenze e le superpotenze, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche potenze regionali come l’Unione Europea, l’Indonesia, il Brasile e così via. Ora, non so esattamente cosa intendiamo quando parliamo di stabile. Questo è un mondo diverso, un mondo più diversificato, e penso che sia proprio il tipo di mondo nel quale stiamo già entrando.
Lo vediamo, per esempio, con i BRICS, il gruppo che sta aumentando la propria influenza. Non è un’organizzazione dominata dalla Cina. Si può dire che la Cina sia un membro di primo piano dei BRICS, ma non li domina. E, allo stesso tempo, gli Stati Uniti continuano ad avere una propria influenza. Non siamo in un mondo unipolare, ma gli Stati Uniti rimangono una delle potenze più dominanti nella politica internazionale. Ci sono poi le potenze regionali. La complessità è quindi sempre più diffusa e diversificata: è difficile ricondurla a una o due potenze, perché abbiamo in realtà un insieme di potenze, ma anche attori non statali, potenze regionali e potenze medie come il Canada, l’Australia e altri Paesi. Io direi quindi che il modello è ancora molto valido, perché non vediamo la Cina prendere il sopravvento e dominare il mondo, né vediamo gli Stati Uniti tornare alla posizione che occupavano forse due decenni fa. Vediamo invece un ordine globale molto più fluido e in trasformazione.
Ora, se questo significhi una frammentazione, e se il mondo sia oggi più polarizzato e quindi più pericoloso rispetto al passato, dipende dalla posizione che si assume.
La mia posizione è che non sia necessariamente più pericoloso di quanto lo fosse prima. E poi: per chi è più pericoloso?
Il precedente ordine mondiale, guidato prima dall’Europa e dalla Gran Bretagna e successivamente dagli Stati Uniti, era in realtà molto pericoloso per i Paesi del mondo che chiamiamo Paesi colonizzati, cioè per il Sud globale. Probabilmente era piuttosto stabile per i Paesi dell’Europa occidentale, per gli Stati Uniti e per i loro alleati, come il Canada e l’Australia. Ma non era particolarmente stabile per alcuni alleati degli Stati Uniti, come la Corea del Sud, il Pakistan, le Filippine, la Turchia e altri.
Quindi, rispetto a quella che tu chiami frammentazione, io preferisco parlare di pluralizzazione, diversificazione e decentramento, piuttosto che di frammentazione, perché la parola ha una connotazione intrinsecamente negativa. Non voglio usare una parola che, di per sé, contenga già la risposta alla domanda se questo mondo sarà stabile o instabile.
Penso che una maggiore pluralizzazione, una maggiore democratizzazione della politica internazionale, crei nuove opportunità. Sarà sempre presente un certo grado di pericolo, ma, ancora una volta, per alcuni Paesi, come quelli del Sud globale, credo che questo nuovo ordine crei più opportunità che mai.
Il mondo è sempre stato polarizzato. Durante la Guerra Fredda, la contrapposizione era tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Oggi una nuova polarizzazione sta emergendo tra gli Stati Uniti e la Cina, oppure, sotto l’amministrazione Trump, tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. La polarizzazione non è quindi qualcosa di nuovo. Ma credo anche che non sia qualcosa che non possa essere gestito, se guardiamo al lungo periodo e se la consideriamo una sfida che deve essere affrontata attraverso la cooperazione, le istituzioni multilaterali e le norme internazionali.
Il concetto di Multiplex, quindi, parte dall’idea che non ci siano una o due potenze, o un piccolo gruppo di grandi potenze, a dominare il mondo. Esso offre più modalità per gestire l’ordine mondiale.
È un po’ come hai accennato tu: in un cinema Multiplex ci sono più produttori e registi, e abbiamo una scelta più ampia di registi, attori, produttori e sceneggiature.
Un ordine mondiale Multiplex ci offre, in realtà, una maggiore possibilità di scelta tra diversi attori rispetto a ciò che avremmo in un mondo bipolare o unipolare, o anche in un mondo semplicemente multipolare. Vorrei inoltre ricordare che Multiplex non riguarda soltanto il cinema. Riguarda anche il concetto di scelta. È un termine che deriva dalla matematica e dalle comunicazioni, e molte delle cose che il termine significa sono spiegate nel mio libro Storia e futuro dell’ordine mondiale, nel quale ho sviluppato questo concetto.
Che cosa intendo con questo? Se ci pensiamo, è una questione di scelta: offre al pubblico una maggiore possibilità di scegliere ciò che vuole guardare, chi vuole apprezzare e così via. Penso che oggi il mondo abbia più possibilità di scelta. Questo non significa necessariamente che debba essere instabile o difficile da gestire.
A.D.: La storiografia tradizionale ha spesso relegato il Sud Globale a spettatore passivo delle dinamiche decise in Occidente. Nel ricostruire la storia degli equilibri mondiali, qual è l’evento o il contributo storico proveniente dal Sud Globale che ritiene sia stato più ingiustamente sottovalutato, ma che è fondamentale per capire il presente?
A.A.: Assolutamente sì. È stato trascurato, marginalizzato, ignorato e persino trattato in modo molto ingiusto, con un atteggiamento di disprezzo o addirittura di razzismo da parte di alcuni studiosi, soprattutto occidentali, quando scrivono di come si è formato l’ordine mondiale contemporaneo.
Il mio nuovo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale, affronta ampiamente questa questione. Vorrei anche chiarire che il Sud globale è un concetto molto ampio. Non è semplicemente una regione: è estremamente diversificato per dimensioni, crescita economica, capacità economica, capacità militare e anche per quanto riguarda i diversi tipi di ideologia, i diversi sistemi politici interni e così via.
Perciò non dovremmo considerare il Sud globale come una categoria coerente e unitaria. Tuttavia, anche riconoscendone la diversità, possiamo comunque vedere che diverse parti del Sud globale hanno dato contributi importanti, sia storicamente sia, in epoca contemporanea, alla costruzione dell’ordine mondiale che si è sviluppato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Prima di parlare del cosiddetto Sud globale, avevamo civiltà, regioni e imperi. Se guardiamo all’ordine mondiale contemporaneo, scopriamo che molte delle idee che oggi consideriamo fondamentali per le sue basi e per il suo funzionamento — come l’indipendenza degli Stati, la diplomazia, la pace, le relazioni economiche e l’interdipendenza, la cooperazione tra le grandi potenze e i valori umanitari — sono state elaborate storicamente in molte parti diverse del mondo.
E ancora una volta ho documentato tutto questo nel mio libro Storia e Futuro dell’ordine mondiale.
Per esempio, il primo trattato di pace fu firmato tra l’Egitto e l’Impero ittita intorno al XIII secolo a.C. Il primo sistema di Stati indipendenti che funzionava come un sistema interstatale ben regolamentato fu sviluppato dai Sumeri e da altri popoli più di 4.000 anni fa. I valori umanitari che oggi conosciamo, relativi alla limitazione della violenza e alla protezione dei civili e dei combattenti feriti, hanno le loro radici anche nella tradizione della guerra giusta sviluppatasi in India. I Cinesi svilupparono il primo sistema aperto e meritocratico di reclutamento nella funzione pubblica. Il mondo islamico ci ha dato la filosofia, comprese idee sulla razionalità scientifica che costituiscono una delle basi dell’ordine mondiale contemporaneo.
L’Africa ha fornito esempi di valori umanitari, compresi i diritti di proprietà e la protezione delle persone contro la cattura arbitraria o la coercizione da parte dello Stato, come la confisca dei loro beni.
L’ impero Inca ha fornito idee e istituzioni su come gestire una popolazione culturalmente diversificata senza doverla continuamente opprimere e reprimere. Se guardiamo a tutti questi esempi, scopriamo quindi che le idee relative all’ordine mondiale, le fondamenta dell’ordine mondiale, provengono anche da Paesi che oggi consideriamo parte del Sud globale. Non provengono soltanto dall’antica Grecia, dall’antica Roma, dall’Europa moderna o dagli Stati Uniti contemporanei.
Dopo la Seconda guerra mondiale, quando si iniziò a costruire il sistema delle Nazioni Unite, i Paesi del Sud globale -anche mentre stavano appena iniziando la loro vita postcoloniale come Stati indipendenti- diedero contributi importanti. Lo fecero nell’ambito dei diritti umani, del multilateralismo e della costruzione di un principio di uguaglianza razziale, non limitato alla semplice uguaglianza sovrana degli Stati. Attraverso il sistema delle Nazioni Unite contribuirono quindi a creare sistemi di valori e principi che rafforzarono realmente le Nazioni Unite, anche nei settori dello sviluppo economico e dello sviluppo sostenibile. È molto chiaro, guardando alla storia, che il Sud globale non è stato un semplice spettatore passivo. Ha dato un contributo enorme, nonostante fosse spesso sopraffatto dalla maggiore potenza dei Paesi occidentali. E sempre più vediamo il Sud globale assumere un ruolo importante nel sistema delle Nazioni Unite. I Paesi del Sud globale contribuiscono inoltre all’ordine mondiale attraverso istituzioni regionali, come l’Unione Africana e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, oltre che attraverso iniziative bilaterali e multilaterali. Direi quindi che abbiamo bisogno di conoscere molto meglio questa storia, invece di dare per scontato che il Sud globale non sia stato – o non sia – un attore significativo. Credo sia arrivato il momento di riconoscere l’agency, cioè la capacità di iniziativa e di azione autonoma, del Sud globale. Recentemente ho letto un libro scritto dal Presidente finlandese, che sostiene l’idea di un triangolo di potere e riconosce il Sud globale come uno degli attori molto importanti, insieme al cosiddetto Occidente globale e all’Oriente globale. In realtà, sostengo la stessa cosa da molto tempo, anche senza utilizzare queste categorie di Occidente globale e Oriente globale. Ho sempre detto che il Sud globale è stato un attore molto potente e significativo, indipendentemente dal fatto che noi lo abbiamo riconosciuto oppure no. E non credo che oggi possiamo ignorare il Sud globale. Anzi, diventerà sempre più importante nell’ordine mondiale, man mano che il potere e l’influenza relativa dei Paesi occidentali diminuiscono e aumentano quelli dei Paesi del Sud globale. Tenendo sempre presente che quest’ultimo non è un attore unitario, rimane comunque un attore estremamente significativo, qualunque sia il modo in cui guardiamo alla questione.
A.D.: Oggi istituzioni nate nel dopoguerra come l’ONU o il Fondo Monetario Internazionale sembrano in forte crisi di legittimità. Basandosi sulle Sue ricerche storiche, queste istituzioni possono essere riformate dall’interno per riflettere i nuovi equilibri o la storia ci insegna che un vero cambiamento avviene solo dopo grandi shock sistemici?
A.A.: La mia risposta è che, a volte, il cambiamento viene prodotto da una guerra o dalle sue conseguenze, come è avvenuto con la Prima o la Seconda guerra mondiale. Altre volte può essere prodotto da un grande shock economico, come la Grande Depressione. Ma non è assolutamente necessario che si verifichino questi shock per produrre un cambiamento. Il cambiamento può avvenire gradualmente, nel corso del tempo, in una prospettiva di medio o lungo periodo.
Abbiamo molti esempi di questo sia nel mondo antico sia nel mondo medievale. A volte riconosciamo questi cambiamenti soltanto perché c’è una crisi nel mondo, ma in realtà molti cambiamenti avvengono gradualmente. Anche dopo la creazione delle Nazioni Unite, negli anni Cinquanta e Sessanta, ci furono molti cambiamenti che avvennero gradualmente. Avvennero perché i Paesi decisero che era necessario cambiare, senza dover attraversare una guerra. Posso fare molti esempi di norme sui diritti umani che sono state rafforzate e di istituzioni multilaterali che sono state create senza attraversare una grande guerra. Sì, le Nazioni Unite furono create dopo la Seconda guerra mondiale, ma l’Unione Europea – anche se le sue origini hanno certamente qualcosa a che vedere con la Seconda guerra mondiale – si è evoluta attraverso il Trattato di Maastricht, il Mercato comune europeo e poi l’Unione Europea come organismo sovranazionale. Tutto questo non ha richiesto una guerra.
È avvenuto perché i leader hanno deciso che era una cosa positiva per i Paesi europei, in particolare per quelli dell’Europa occidentale. Anche la fine della Guerra Fredda è avvenuta in maniera relativamente pacifica, e molte nuove istituzioni sono state create senza lo shock di una guerra.
I Cinesi hanno inoltre promosso la creazione di istituzioni come l’Asian Infrastructure Investment Bank senza dover attraversare una guerra. E anche storicamente abbiamo visto periodi nei quali si è sviluppata una cooperazione tra Paesi, graduale ma di lungo periodo, attraverso la diffusione delle idee, comprese le idee religiose. La diffusione dell’induismo e del buddhismo dall’India verso il Sud-Est asiatico e la Cina, per esempio, è avvenuta senza guerre. Nessuna grande guerra.
Eppure si è trattato di un cambiamento estremamente importante per una grande parte del mondo. La diffusione delle idee buddhiste e induiste contribuì a creare istituzioni politiche più stabili e a legittimare i governi nei Paesi che le accolsero. Un altro esempio è l’espansione del commercio nell’Oceano Indiano, che costituì il più grande sistema commerciale marittimo del mondo fino al XVI secolo, quando presero slancio i commerci transatlantici e transpacifici. Questo commercio si sviluppò praticamente senza grandi guerre. Ci furono conflitti minori, ma fu in gran parte pacifico, perché i mercanti e i governanti dei Paesi che partecipavano agli scambi ritenevano che il commercio fosse reciprocamente vantaggioso e che potesse aumentare la prosperità di tutti. Potrei continuare a lungo.
Non è necessario attraversare una grande crisi o una grande perturbazione per comprendere la necessità di un cambiamento e della creazione di nuove istituzioni capaci di mantenere l’ordine regionale. Credo che oggi questo sia possibile. Potrebbero esserci alcuni cambiamenti nel sistema attuale. In questo momento stiamo vivendo un periodo di ansia. È, direi, l’epoca dell’ansia nella quale ci troviamo.
E gran parte di questa ansia deriva dal fatto che molte persone in Occidente e negli Stati Uniti hanno la sensazione di trovarsi in una fase di declino, che la loro situazione stia peggiorando rispetto al passato. E quindi, a volte, pensano in maniera molto timorosa e immaginano ogni sorta di minaccia, anche di minacce che in realtà non sono necessariamente presenti. Non sto dicendo che non ci saranno delle sfide.
Ci sono tutti i tipi di paure e rischi: una guerra, come quella tra Russia e Ucraina, che potrebbe diventare nucleare, oppure un attacco statunitense all’Iran che potrebbe portare a un’escalation nucleare. Tutte queste cose possono accadere. Ma non dobbiamo trasformare la paura in una profezia che si autoavvera. Invece di aspettare che una guerra produca il cambiamento, dovremmo creare il cambiamento per prevenire la guerra. E credo che abbiamo bisogno di leader e di un dibattito pubblico capaci di trasmettere proprio questa idea: non aspettare la guerra o una crisi economica perché si creino nuove condizioni.
Dobbiamo creare nuove istituzioni e rafforzare quelle esistenti per prevenire il peggio.
C’è ancora tempo per farlo. Anche nei miei scritti ho proposto alcune idee in questa direzione, non soltanto nel libro Storia e futuro dell’ordine mondiale, ma anche in altri miei lavori. La cosa fondamentale è non trasformare la crisi attuale in una profezia che si autoavvera. Dobbiamo prevenire il crollo, invece di aspettare che il crollo avvenga prima di prendere in considerazione il cambiamento.