Mentre i tavoli di Bruxelles si trasformano in tavoli di guerra e i bilanci dell’Unione Europea subiscono una torsione allarmante verso il riarmo, il mondo rurale subisce l’ennesima minaccia di un taglio radicale ai suoi fondi. È l’ultimo paradosso di una burocrazia che preferisce investire in munizioni e logiche militari piuttosto che garantire il diritto al cibo sano e la tutela del territorio.
Questa spinta securitaria centralizzata, che non accetta riduzioni di spesa quando si tratta di armamenti, è la stessa che propone riforme lacrime e sangue per la Politica Agricola Comune (PAC), ipotizzando sforbiciate che metterebbero in ginocchio centinaia di migliaia di piccole e medie aziende agricole italiane.
Ma di fronte all’ipotesi del baratro finanziario, limitarsi alla sterile protesta corporativa non basta più.
Questa crisi rappresenta l’occasione storica non solo per rigettare con fermezza i tagli decisi dall’alto, ma per ridefinire da cima a fondo l’uso stesso dei fondi agricoli europei. Il problema, infatti, non riguarda solo quanto denaro viene stanziato, ma soprattutto a chi e come viene distribuito.
Fino ad oggi, i flussi della PAC hanno foraggiato un modello industriale basato sulla pura logica del profitto e della speculazione finanziaria, premiando la rendita fondiaria legata ai grandi ettari a scapito di chi la terra la lavora davvero ogni giorno.
Dobbiamo allora ribaltare la prospettiva e pretendere che i finanziamenti dell’Unione si trasformino in uno scudo di autodifesa rurale. La spesa pubblica per l’agricoltura deve diventare lo strumento principale per realizzare una reale transizione agroecologica, salvaguardando il reddito dignitoso dei produttori di piccola e media scala, degli allevatori e dei pescatori artigianali.
I fondi europei vanno orientati verso progetti che rimettano al centro i mercati locali e i diritti dei cittadini a consumare cibi di qualità e accessibili. Basta sovvenzioni che alimentano le filiere globalizzate, lo sfruttamento della manodopera rurale e le importazioni selvagge da paesi terzi senza tutele ambientali o sociali.
Il modello alternativo a cui guardare prevede un Piano organico che non ceda alle sirene della rinazionalizzazione selvaggia – che scatenerebbe guerre intestine tra gli agricoltori dei vari paesi membri – ma che tuteli il diritto delle comunità di decidere democraticamente come produrre e come preservare l’acqua, il suolo e le proprie sementi. Se l’Europa sceglie la strada dei cannoni, le campagne devono rialzare la testa e imporre una svolta: usare i fondi comunitari per conquistare una vera sovranità alimentare e trasformare ogni campo coltivato in un presidio di vita, lavoro e dignità.
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