di Associazione AsSUR- Scuola Università e Ricerca
La risposta che è arrivata qualche giorno fa dal mondo della scuola contro la riforma degli istituti tecnici, è un segnale da non trascurare ma che, nel contempo, mette in luce l’inadeguatezza di scioperi settoriali non all’altezza di affrontare organicamente le tante questioni che investono la scuola pubblica e che non possono essere trattate in maniera separata, pena un’ulteriore frantumazione di una categoria già fortemente divisa. È stato uno sciopero che ha preso forma dalla positiva rete creata dai lavoratori e lavoratrici delle scuole tecniche e che, seppur proclamato in maniera unitaria da un ampio fronte sindacale – sindacati di base e solo CGIL per i confederali- in alcune significative città ha visto cortei separati e piattaforme di indizione diverse e con differenti articolazioni. L’urgenza di ricomporre lotte e temi è stata espressa chiaramente da chi ha aderito allo sciopero, docenti di ogni ordine e grado, personale ATA, genitori studenti e studentesse, che di questo ulteriore attacco alla scuola tutta ne hanno compreso le ragioni profonde.
Quella degli istituti tecnici è una riforma che porta a compimento un modello di scuola che negli ultimi decenni, un colpo dopo l’altro, si è sedimentato e infiltrato in ogni ambito della vita scolastica. Una scuola prona alle logiche del mercato, aziendalizzata, gerarchizzata, che divide docenti ma anche alunni e alunne per classe sociale, appartenenza etnica, di genere, interamente volta a formare forza lavoro in grado di riprodurre le croniche disuguaglianze sociali. L’autonomia scolastica e la cosiddetta “buona scuola” – con l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro- hanno aperto le porte all’esternalizzazione del processo formativo oramai troppo spesso lasciato a figure esterne spesso portatrici di interessi privati; i piani di lavoro collegiali contengono una bulimia di progetti che non si parlano tra di loro che erodono il tempo scuola e la costruzione di saperi profondi. L’introduzione poi della valutazione standardizzata messa in moto ogni anno dal grande carrozzone INVALSI, ente costosissimo che misura solo il grado di addestramento delle giovani menti -sottraendo, peraltro, ai docenti potestà formativa- ci parla della stessa visione di scuola. E così l’orientamento, le nuove indicazioni nazionali per il curricolo dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, l’educazione alla cittadinanza, il liceo made in Italy, la filiera 4+2, le sperimentazioni del liceo su quattro anni non propongono nulla di nuovo. E’ la stessa logica che persegue le stesse finalità. E la riforma degli istituti tecnici mirabilmente sintetizza tutto ciò. Il taglio drastico del tempo scuola e l’accorpamento di discipline umanistiche e scientifiche a tutto vantaggio di quelle professionalizzanti, l’attribuzione alle scuole di un’ampia flessibilità organizzativa, l’ attivazione di progetti di formazione lavoro già dal compimento dei quindici anni e l’ingresso in aula di “esperti del mondo imprenditoriale”- o della filiera bellica come si teme- ci dicono già tutto sul carattere classista di una scuola pensata come strumento di avviamento al lavoro. Le ricadute pesanti sugli organici e l’ulteriore attacco ad un’intera categoria già massacrata da un ingorgo di burocrazia si inseriscono in clima sempre più opprimente di controllo, militarizzazione e limitazione della libertà di insegnamento.
Sono ben altre le urgenze da affrontare: problemi storici oggi non più rinviabili. Il cronico precariato, la mancanza di fondi per la scuola pubblica, la carenza di personale di sostegno e di figure professionali in ambito psicologico e sanitario, la messa in sicurezza di edifici fatiscenti, la dispersione scolastica. Un elenco lungo e mai completo oramai chiarissimo alle giovanissime generazioni che sono scese in piazza ancora una volta accanto a docenti e genitori per dire “noi non ci arruoliamo”. Hanno compreso chiaramente l’inganno della meritocrazia che scarica sulla responsabilità individuale l’assenza di adeguate politiche del lavoro e di investimenti necessari per spezzare la catena del precariato: sanno bene che ogni euro destinato al riarmo è un euro sottratto alla cultura e al futuro collettivo.
