Spostare il focus dalla difesa contro presunti nemici alla costruzione di condizioni di vita dignitose – Tre domande a Enrico Gargiulo

Intervista a cura di Monica Quirico e Alberto Deambrogio

Enrico Gargiulo, docente di Sociologia generale nell’università di Torino. Si occupa di trasformazioni della cittadinanza, discrezionalità amministrativa e poteri di polizia.

Monica Quirico, Alberto Deambrogio: Professore, nel tuo recente lavoro ‘Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità’, tu critichi il concetto stesso di integrazione, definendolo spesso un dispositivo di controllo più che di inclusione. In un’epoca in cui le frontiere amministrative sembrano diventare più rigide dei confini fisici, come possiamo ripensare il diritto alla mobilità affinché non sia una concessione legata a standard di ‘meritevolezza’ definiti dallo Stato, ma un pilastro di una nuova cittadinanza sociale?

Enrico Gargiulo: Nel libro ho cercato di mostrare come il concetto di integrazione, lungi dall’essere neutro, sia parte di una più ampia ecologia di categorie teoriche e giuridiche tramite cui la mobilità è governata. Impiegarlo significa accettare una serie di assunti, facendo propria una visione stato-centrica della società, fondata sull’idea di appartenenza come legame esclusivo tra individuo e Stato e sulla presunzione che le società statuali siano internamente omogenee e stabili. La mobilità, in un immaginario del genere, è una deviazione rispetto a una norma: un atto capace, in quanto tale, di mettere in crisi l’ordine sociale e che, proprio per questo, deve essere regolato, controllato e limitato.

I confini, dunque, non sono soltanto fisici ma anche, e per certi versi soprattutto, amministrativi e giuridici: sono istituiti cioè da norme, categorie e dispositivi che definiscono chi può muoversi, a quali condizioni e con quali diritti. Appaiono inoltre come “naturali” pur essendo il prodotto di scelte politiche compiute nell’ambito di rapporti di potere storicamente determinati. La mobilità, di conseguenza, non è considerata un diritto ma una concessione, ed è perciò condizionata e subordinata a criteri di meritevolezza – linguistica, culturale, economica – che selezionano e gerarchizzano le persone.

Ripensare la mobilità significa allora portare avanti una critica capace di de-naturalizzare le categorie attraverso cui guardiamo il mondo: ossia, di riconoscere che non descrivono semplicemente la realtà ma contribuiscono a produrla, legittimando pratiche selettive e gerarchizzanti. L’atto di muoversi, insomma, non deve essere considerato un’eccezione o una minaccia, bensì una dimensione costitutiva della vita sociale, che segna la storia del genere umano e assume un’enorme rilevanza politica.

Da qui la necessità di ripensare radicalmente l’idea di appartenenza, sganciandola dalla dimensione nazionale e smettendo di immaginarla, e legittimarla, come uno status giuridico riservato a poche/i. Solo così è possibile superare una visione selettiva e disciplinante dell’integrazione e immaginare una società in cui la mobilità non sia più oggetto di controllo ma un elemento “normale” che fondi e non ostacoli l’affermazione di un principio di uguaglianza.

M.Q., A.D.: Le tue ricerche su ‘Appartenenze precarie’ hanno mostrato come l’iscrizione anagrafica sia diventata un ‘confine interno’ che esclude chi non ha una dimora stabile. Con l’aumento della precarietà abitativa nelle grandi città come Torino, ritieni che la residenza stia evolvendo da semplice dato burocratico a vero e proprio strumento di ‘polizia amministrativa’ per decidere chi ha diritto di esistere politicamente e chi deve restare invisibile?

E.G.: Le mie ricerche mostrano che l’anagrafe non è un semplice strumento statistico-amministrativo ma un dispositivo capace di dare forma alla popolazione, agendo sui comportamenti individuali e classificando le persone. Lo status che deriva dall’iscrizione anagrafica, la residenza, è una forma di appartenenza locale strategica: oltre a essere un diritto in sé è un “diritto a esercitare altri diritti”, tra cui la piena fruizione dei servizi sanitari, l’accesso alle prestazioni sociali e l’inserimento nelle graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica. La sua negazione produce quindi un effetto a catena: pur non comportando formalmente l’espulsione da un territorio comunale, priva le persone di un riconoscimento simbolico e legale, rendendole invisibili in senso amministrativo e limitandone anche l’autonomia politica.

La residenza, dunque, è un “confine interno”: diversamente dalle frontiere che separano gli stati, agisce su chi è già fisicamente presente nel territorio statale, conferendo o viceversa negando il riconoscimento dell’appartenenza a una società locale. Il suo carattere confinatorio è evidente soprattutto laddove i requisiti per l’iscrizione anagrafica sono usati in modo improprio e illegittimo da parte delle amministrazioni comunali, le quali, attraverso pratiche informali o provvedimenti para-legali, escludono singoli e gruppi ritenuti “indesiderati”, contribuendo così a stabilire o ribadire gerarchie interne alla popolazione, vale a dire rafforzando la stratificazione civica.

In un contesto segnato da una precarietà abitativa crescente, la funzione selettiva dell’anagrafe tende ad accentuarsi. In particolare a partire dal 2014, da quando l’art. 5 della legge Renzi-Lupi, il cosiddetto “Piano casa”, impedisce l’iscrizione anagrafica negli immobili occupati abusivamente. Negli anni, peraltro, la norma è stata interpretata in un senso ancora più restrittivo, finendo – soprattutto nelle grandi città come Torino, Roma e Milano – per escludere dalla residenza anche persone che non sono occupanti in senso stretto ma che, non disponendo di un contratto di affitto “regolare”, sono incapaci di dimostrare alle amministrazioni comunali il “titolo di occupazione” dell’immobile in cui vivono.

La residenza, dunque, è un dispositivo di “polizia amministrativa”. Pur presentandosi come uno strumento tecnico, svolge una funzione politica: consente cioè di monitorare, classificare e disciplinare la popolazione, decidendo chi rendere visibile e chi mantenere ai margini. Anziché limitarsi a registrare la presenza e il movimento delle persone, contribuisce a governare il rapporto con il territorio. Nel farlo, rientra in un processo più ampio di precarizzazione delle appartenenze, che espone al rischio continuo di finire in una condizione di non “esistenza” amministrativa.

M.Q., A.D.: Qualche giorno fa su Lucy sulla cultura” è uscito un articolo di Gabriel Seroussi che rimprovera la “sinistra” di trascurare la questione della “sicurezza”, a partire dallo slittamento semantico del termine (dal Welfare a law and order) arrivando alle esperienze positive che ci sono state, in Italia e all’estero, per affrontare il senso di insicurezza delle e dei cittadin3 con risposte diverse da quelle della repressione. Come può recuperare terreno la “sinistra”, considerando che quella istituzionale si è screditata, emulando o addirittura anticipando la svolta reazionaria della destra?

E.G.: Ho letto l’articolo e mi ha lasciato molto perplesso, anche alla luce delle posizioni – piuttosto diverse – espresse nel libro intitolato La periferia vi guarda con odio. Nel pezzo pubblicato su “Lucy sulla cultura”, infatti, Seroussi propone di recuperare da sinistra il concetto di sicurezza, evitando di lasciarlo alla destra.

Non è una proposta molto originale. Tra le fila del centro-sinistra è stata avanzata più volte. Di recente da Walter Veltroni, che ha invitato a non considerare la sicurezza un tabù, evitando di affrontarla scimmiottando le ricette della destra, e da Silvia Salis, sindaca di Genova, la quale ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani».

Ma, soprattutto, è una proposta che suona un po’ assurda, considerato che l’uso della parola sicurezza come dispositivo linguistico e retorico attorno a cui costruire politiche è, se non un’invenzione, quantomeno una costante nell’azione della sinistra a partire dagli anni 90’ del XX secolo. Nel 1995, infatti, è l’allora Vicepresidente della Camera dei deputati Luciano Violante, in un articolo pubblicato su Micromega e intitolato Apologia dell’ordine pubblico, a introdurre la distinzione – che verrà ripresa ossessivamente negli anni – tra sicurezza percepita e reale e a sottolineare l’importanza della percezione, che rimarrebbe tale anche quando si allontana dalla realtà. Un anno prima, invece, era stata l’amministrazione della Regione Emilia-Romagna ad avviare, in collaborazione con l’università di Bologna, il programma «Città sicure», il cui obiettivo era spostare l’attenzione dal concetto di ordine pubblico, che appariva come sfuggente e lontano dai bisogni delle persone perché di competenza statale, per concentrarla piuttosto sull’idea di sicurezza, declinata però nella sua dimensione urbana.

E qui veniamo al problema dell’articolo di Seroussi: la sinistra, in realtà, non ha affatto rimosso o trascurato il tema della sicurezza ma lo ha incorporato risignificandolo, segnando cioè il passaggio dalla sicurezza sociale fondata sul welfare alla sicurezza urbana centrata su controllo, prevenzione e gestione delle popolazioni considerate “a rischio”. Nel favorire lo slittamento semantico della parola e nel giocare in modo ambiguo sulla distinzione tra sicurezza reale e percepita – che non a caso è stata fatta sua, anni dopo, dal “democratico” Minniti – le politiche redistributive, peraltro mai realmente promosse, hanno lasciato il posto a dispositivi simbolici e normativi volti a rassicurare, anche a costo di alimentare panici morali e criminalizzazione.

È proprio questa genealogia che rende poco credibile, oggi, ogni tentativo della sinistra istituzionale di “recuperare terreno” sul tema. Come mostra in modo chiaro un bel libro tradotto da poco in italiano, Abolire la sicurezza. Un manifesto, che ho recensito qui, la sicurezza non è un contenitore neutro ma un dispositivo che organizza gerarchie, seleziona soggetti legittimi e produce esclusione. In questo senso Seroussi, se da un lato ha ragione nel sottolineare che «un’analisi esclusivamente incentrata sulle contraddizioni del capitalismo neoliberale, pur cogliendo il cuore del problema, rischia di trasformarsi in una lettura teorica che evita di misurarsi con le dinamiche quotidiane che alimentano il senso di insicurezza», dall’altro non evidenzia abbastanza quanto un’analisi strutturale sia la condizione necessaria per qualsiasi azione. A mio avviso, prima – o forse sarebbe meglio dire invece – di lanciarsi in politiche che mettono al centro la sicurezza è necessario misurarsi con la centralità storica di questo concetto nei processi di accumulazione economica che segnano il sistema capitalistico, ben prima della sua fase neoliberale.

A mio parere, la sinistra, se vuole essere veramente alternativa alla destra, deve abbandonare discorsi, e soprattutto programmi, timidamente “riformisti” – spesso, peraltro, sedicenti tali – e ripartire da un progetto anti-sistemico, quantomeno a livello analitico e in prospettiva strategica. È chiaro, infatti, che non è possibile, né praticabile, sperare in trasformazioni rapide. È altrettanto chiaro, però, che senza aspirare a un mondo radicalmente diverso è difficile che i piccoli cambiamenti indotti dalle azioni politiche provenienti dal basso possano spingere verso una società realmente diversa, e migliore.

Da una prospettiva del genere, è essenziale rivendicare la dimensione emancipativa del welfare state, evitando di denigrare le lotte politiche che hanno permesso di strappare poco alla volta i diritti sociali. Allo stesso tempo, però, non possiamo non inquadrare l’azione dello stato in una logica di lungo periodo, così da mettere in luce la natura ambigua della protezione sociale – storicamente, una strategia efficace di anestetizzazione del conflitto – e da creare spazi di trasformazione radicale.

La sfida, dunque, non è “parlare di sicurezza” meglio della destra, ma cambiare il terreno del discorso: ossia, spostare il focus dalla difesa contro presunti nemici alla costruzione di condizioni di vita dignitose. Il che implica accettare la necessità di modificare a fondo la struttura del mondo in cui viviamo. Prima di tutto, de-sacralizzando la proprietà privata, in particolare dei mezzi di produzione. Solo così la sinistra può recuperare credibilità: non come garante dell’ordine ma come forza capace di ridurre davvero l’insicurezza che attraversa le società contemporanee.