L’esordio della nuova governance di Confindustria guidata da Emanuele Orsini, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ricalca il più logico e prevedibile dei copioni, ma non per questo smette di allarmare. La narrazione confindustriale si conferma un distillato di egoismo corporativo, scollegato dalla realtà materiale del Paese e privo di una visione strategica capace di guardare al futuro della collettività.
Il primo, macroscopico nodo è quello salariale. Orsini evoca la piaga dei bassi salari, ma la declina con una spregiudicatezza retorica da record: si lamenta il basso potere d’acquisto dei lavoratori, ma da via dell’Astronomia non arriva la minima intenzione di scucire un solo euro. La colpa del lavoro povero, secondo questa visione, è sempre dello Stato, della burocrazia, della congiuntura internazionale. Mai di una classe imprenditoriale che da trent’anni deprime i salari, blocca i rinnovi contrattuali e scarica il rischio d’impresa interamente sulla forza lavoro. Chiedono sgravi e incentivi pubblici, pretendendo che sia la fiscalità generale – pagata per l’80% da quegli stessi lavoratori dipendenti e pensionati – a finanziare i loro margini di profitto. Chi si ricorda la necessità di un salario minimo che il PRC insieme a Unione Popolare voleva fissato per legge a 10 euro l’ ora, rivalutato automaticamente e pagato dai padroni?
La coerenza salta definitivamente quando si tocca il tema della pressione fiscale. Confindustria si scaglia contro quest’ ultima, ma declina ogni forma di responsabilità sociale. Davanti alla proposta di tassare i grandi patrimoni o di applicare una reale progressività fiscale – l’unica che potrebbe redistribuire la ricchezza e finanziare i servizi pubblici essenziali, a partire dalla sanità al collasso – i padroni alzano le barricate. No alla progressività, no alla tassa di successione, no ai prelievi sugli extraprofitti. Men che meno deve comparire un prelievo sui grandi patrimoni dei super ricchi. L’obiettivo è chiaro: privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. Un motivo in più per firmare e fare firmare la LIP 1% equo!
Sul fronte energetico, Orsini spinge l’acceleratore sul nucleare. Una scelta irresponsabile, che ignora i dati di fatto. Ci propongono una tecnologia pericolosa, non pronta e che richiede decenni per la reale messa in funzione degli impianti, lasciando in eredità alle prossime generazioni il drammatico problema delle scorie radioattive. Tutto questo mentre le energie rinnovabili, pulite e immediatamente cantierabili, vengono citate come insufficienti. Non è vero: le ronnovabili fatte bene, comprese le tecnologie di accumulo e la revisione critica di quel che si deve produrre, sono la soluzione.
Orsini e soci preferiscono elargire un favore alle grandi lobby dell’atomo a discapito della sicurezza dei cittadini e di un vero futuro produttivo rispettoso della casa comune.
Anche la geopolitica confindustriale vive di profonde contraddizioni. Da un lato si critica aspramente la Cina, allineandosi acriticamente ai diktat protezionistici di Washington, dall’altro si invoca l’Europa. Ma quale Europa? Certamente non quella dei diritti sociali, bensì quella dei vecchi parametri contabili. Confindustria non spende una sola parola per chiedere il superamento del Patto di Stabilità e delle regole di bilancio che ci inchiodano all’austerità, alla stagnazione economica e a una crisi sociale senza fine. Vogliono l’Europa come scudo dei mercati, mai come garante del benessere collettivo.
L’omissione più grave, tuttavia, riguarda lo scenario internazionale. Nel discorso di Confindustria non c’è traccia della necessità di fermare la spirale della guerra e del riarmo. L’economia di guerra viene accettata come un dogma immutabile. Non si comprende che riorientare le risorse pubbliche dalle spese militari alla spesa sociale, alla scuola e alla transizione ecologica sia l’unica via per un futuro sostenibile. Manca il coraggio di dire che, per salvare il nostro sistema manifatturiero, serve ristabilire rapporti commerciali multilaterali stabili, inclusi quelli con la Russia, indispensabili per garantire l’accesso a fonti energetiche a prezzi competitivi. L’allineamento bellicista sta impoverendo le nostre imprese e i nostri cittadini, ma Confindustria preferisce tacere, preferendo i sussidi di Stato a una seria politica di pace e cooperazione internazionale.
Non c’è che dire, con una borghesia di questo passo e con tutti coloro i quali, da diverse latitudini politiche continuano a tenerla come punto di riferimento inevitabile, non si va da nessuna parte