Tra le mance elettorali della legge di bilancio ce n’è una insignificante per la cifra stanziata, ma che la dice lunga sugli orientamenti di questo governo in fatto di politiche sociali: il cosiddetto “Fondo Valore Nuovi Nati”. Cento euro all’anno elargiti dallo Stato che non risolvono nulla, ma svelano un preciso intento ideologico: abituare al risparmio e alla previdenza privata fin dalla culla, spingendo le persone, fin dalla nascita, a considerarsi “imprenditori di sé stessi” all’interno di una logica neoliberista che riduce il welfare a mercato. Non si tratta di un provvedimento assistenziale per le famiglie come altri, ma di una misura fortemente sollecitata dal Presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP), proprio per iniettare ossigeno di Stato e liquidità fresca direttamente nel circuito delle banche e delle assicurazioni. Un segnale di totale asservimento verso i mercati finanziari, pronti a monetizzare sulla vita dei cittadini prima ancora che questi inizino a lavorare.
Questa è solo l’ultima delle disposizioni del governo che vanno nella direzione di smantellare lo Stato sociale a favore della speculazione. Il 31 ottobre 2026 è entrata formalmente in vigore anche la portabilità del contributo del datore di lavoro. Un provvedimento che conferma con chi abbia deciso di schierarsi questo esecutivo: con la grande finanza speculativa, i mercati azionari e i colossi bancari e assicurativi. Fino ad ora, se un lavoratore decideva di trasferire la propria posizione da un fondo contrattuale di categoria (negoziale) a un fondo aperto o a un PIP di mercato gestito dalle banche, perdeva la quota economica versata dall’azienda. Con questa nuova norma, quel contributo può essere spostato in un fondo privato e finire ad alimentare il mercato finanziario.
La rincorsa ai risparmi e la trappola del silenzio-assenso
Non è finita qui. Questa misura si aggiunge infatti al potenziamento del famigerato silenzio-assenso scattato il 1° luglio 2026. Le tempistiche per decidere la destinazione del proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR) sono state ridotte da sei mesi a soli 60 giorni dall’assunzione. Chi non esprime un rifiuto esplicito in questo brevissimo lasso di tempo si vede scippare il TFR, che viene automaticamente e irreversibilmente girato alla previdenza complementare.
Tutti questi interventi, com’è chiaro, sono stati introdotti per piegare la resistenza dei lavoratori ad investire i loro risparmi nei fondi pensione, e si aggiungono ai massicci vantaggi fiscali concessi nel tempo da vari governi:
• La deducibilità dei contributi: Fino a 5.300 euro all’anno deducibili, sottratti direttamente dalle tasse correnti.
• La tassazione finale agevolata: Sulle somme erogate dai fondi pensione si applica un’aliquota di favore irrisoria rispetto al fisco ordinario, che va dal 15% a scendere fino al 9% a seconda degli anni di iscrizione.
• La stangata sul TFR in azienda: Chi sceglie la via tradizionale e lascia i propri soldi in azienda viene invece punito al momento della liquidazione con la tassazione separata IRPEF, che parte da un minimo del 23% e sale facilmente oltre il 40% in base al reddito medio degli ultimi anni.
Senza questa spinta fiscale artificiale, la previdenza complementare non renderebbe più del vecchio TFR lasciato in azienda. Anzi, espone i risparmi di una vita a gravi rischi di mercato, non essendo tutelata da alcun paracadute pubblico. Quando poi l’inflazione cresce come in questo periodo storicamente convulso, i rendimenti reali dei fondi privati subiscono drastiche cadute, mentre il TFR rimasto in azienda, protetto per legge da una rivalutazione fissa dell’1,5% più il 75% del tasso di inflazione, si dimostra di gran lunga più sicuro.
Trent’anni di smantellamento del sistema previdenziale pubblico e salari da fame
Questo brutale drenaggio di risorse private verso i mercati azionari è stato favorito da un progressivo e scientifico indebolimento del sistema previdenziale pubblico operato sia da governi di centrodestra sia di centrosinistra. Un attacco frontale iniziato con la Riforma Dini del 1995, che introducendo il calcolo contributivo ha tagliato le future pensioni, seguito dalla Riforma Maroni del 2004 e dal colpo di grazia della Riforma Fornero del 2011, che ha innalzato l’età pensionabile e ridotto i trattamenti.
Questo accanimento si è saldato perfettamente con il trentennale impoverimento dei salari in Italia cui, a causa dei minori contributi versati, seguono chiaramente pensioni più povere. Tutto è cominciato con l’abolizione della scala mobile nei primi anni Novanta, che ha lasciato i lavoratori totalmente indifesi di fronte all’aumento del costo della vita. Da quel momento, la stagione dei patti concertativi ha generato contratti collettivi incapaci persino di recuperare l’inflazione reale. Il resto lo ha fatto la precarizzazione selvaggia del lavoro, che costringe oggi milioni di persone a subire salari ben al di sotto della soglia di povertà, rendendo impossibile perfino pensare a una vecchiaia dignitosa.
I miliardi italiani che alimentano l’economia USA
In tutto questo, emerge il profilo di una vera e propria beffa certificata dai dati e ammessa persino dai vertici istituzionali. I risparmi accumulati con fatica dai lavoratori italiani non restano nel Paese per finanziare lo sviluppo nazionale, ma prendono massicciamente la via dell’estero, gestiti da colossi d’investimento in gran parte statunitensi. All’Assemblea di Confindustria, la stessa premier Giorgia Meloni ha dovuto ammettere l’enormità del paradosso in riferimento al 2025: «di 260 miliardi raccolti dai lavoratori italiani solamente 40 finiscono nell’economia reale italiana».
I dati ufficiali COVIP fotografano un quadro ancora più spietato: appena il 19,4% delle risorse complessive della previdenza complementare è investito in Italia, e di questo già misero bottino, un ridicolo 5,3% va direttamente all’economia reale nazionale. Ma il dato in assoluto più grave e scandaloso riguarda proprio i fondi pensione negoziali: quelli nati dalla contrattazione tra le parti sociali e teoricamente destinati a tutelare i comparti industriali interni. In questo caso, la quota degli investimenti diretti nelle imprese italiane non arriva nemmeno al 3% del patrimonio. I soldi dei lavoratori italiani vengono letteralmente scippati alle aziende del nostro territorio per andare ad alimentare, quasi nella loro totalità, Wall Street e l’economia USA.
Siamo di fronte a un gigantesco travaso di ricchezza: lo Stato impoverisce i salari, taglia la previdenza pubblica e usa enormi sgravi fiscali come esca per spingere i lavoratori a cedere il proprio TFR alla finanza privata; quest’ultima, poi, sceglie deliberatamente di dirottare quei capitali a Wall Street. A pagare il conto sono così i lavoratori, costretti a stipendi da fame oggi e a pensioni incerte domani, ma a pagare è anche l’intera economia nazionale, svuotata di risorse a tutto vantaggio dello sviluppo di altri Paesi.