Mentre la narrazione pubblica e i canali ufficiali continuano a celebrare i record dell’export agroalimentare, il valore aggiunto del Made in Italy e le vetrine scintillanti della grande distribuzione, nelle campagne italiane si consuma un dramma silenzioso.
Dietro i dati macroeconomici positivi si nasconde infatti una realtà drammatica: l’agricoltura italiana sta affrontando una crisi strutturale senza precedenti, che colpisce al cuore i produttori e minaccia la sopravvivenza stessa del nostro territorio. Il divario tra il racconto patinato dell’eccellenza e la quotidiana contabilità delle aziende agricole è ormai diventato un abisso insostenibile.
Il segnale più allarmante di questo declino è la costante emorragia di aziende agricole, con una diminuzione drastica delle piccole e medie realtà che da generazioni coltivano e custodiscono i nostri campi. Non si tratta di una fisiologica evoluzione del mercato o di una semplice modernizzazione del settore, ma di una progressiva desertificazione produttiva.
Interi comparti, dal lattiero-caseario all’olivicoltura, passando per la cerealicoltura e l’ortofrutta, vedono svanire la propria base produttiva. Le nuove generazioni si trovano a ereditare un sistema gravato da debiti accumulati o scelgono, comprensibilmente, di abbandonare l’attività di fronte a prospettive economiche incerte e a tutele sociali pressoché inesistenti.
La causa principale di questo abbandono risiede nel crollo verticale dei redditi dei produttori. I prezzi corrisposti al campo e alla stalla sono ormai ridotti ai minimi storici, spesso ampiamente al di sotto dei costi reali di produzione.
Coltivare grano, raccogliere olive o mungere latte è diventata un’operazione in perdita. L’agricoltore è schiacciato tra l’impennata dei costi dei mezzi tecnici, del gasolio e dei presidi sanitari da un lato, e le speculazioni delle filiere commerciali e della grande distribuzione dall’altro.
Chi lavora la terra assume su di sé tutto il rischio d’impresa e i danni degli eventi climatici estremi, ma riceve solo le briciole del valore finale del cibo. Questa mancanza cronica di redditività genera un indebitamento di sistema che soffoca sul nascere ogni possibilità di investimento.
Le conseguenze di questo collasso economico non si fermano all’interno dei confini aziendali, ma si riflettono pesantemente sull’intero ecosistema nazionale. La chiusura di un’azienda agricola significa la perdita di un presidio territoriale fondamentale. Gli agricoltori e i contadini non sono semplici produttori di merci, ma i veri e propri custodi del paesaggio, della biodiversità e della sicurezza idrogeologica.
Laddove la terra viene abbandonata, avanzano inevitabilmente il degrado, il dissesto e l’erosione. Senza contadini nei territori, soprattutto nelle aree interne e collinari, viene meno la prima barriera protettiva contro i cambiamenti climatici, e si perde quel tessuto sociale e culturale che garantisce la sovranità e la sicurezza alimentare del Paese.Per fermare questa deriva non bastano più i sussidi assistenziali o le misure d’emergenza temporanee. È necessario un cambio di paradigma radicale, che riconosca la dignità del lavoro contadino e restituisca centralità al reddito di chi produce. Se le istituzioni continueranno a ignorare il grido d’allarme delle campagne, preferendo i numeri astratti dell’export alla realtà dei bilanci aziendali, il rischio non sarà solo la chiusura di altre migliaia di imprese, ma il definitivo tramonto della democrazia rurale e del diritto stesso al cibo per il nostro Paese.
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