Hormuz: l’Italia nella logica dello scontro frontale fatto sulla pelle dei cittadini

Inutile girarci intorno con i soliti equilibrismi diplomatici o le veline di palazzo: la decisione di avviare un’iniziativa militare per liberare lo stretto di Hormuz non è un’operazione di polizia marittima, ma il preludio a un nuovo capitolo tragico della guerra globale permanente.

L’Italia, ancora una volta, sceglie di infilarsi in un vicolo cieco, trascinata da una postura internazionale che definire subalterna è un generoso eufemismo.
La sostanza è cristallina, nonostante le contorsioni retoriche del governo. Ci stiamo legando mani e piedi al carrozzone Trump, accettando una logica di scontro frontale che non tutela l’interesse nazionale, ma lo sacrifica sull’altare di una fedeltà atlantica sempre più tossica.

Mentre l’esecutivo sventola il tricolore, la realtà dei fatti parla di una sovranità ceduta e di un coinvolgimento bellico imminente che non avrà nulla di lampo o chirurgico.

Il paradosso interno è, se possibile, ancora più feroce.

Per finanziare questa proiezione di potenza muscolare e per tentare disperatamente di tenere a bada il caro carburanti – un palliativo temporaneo che non risolve il nodo energetico – il governo sta procedendo a un saccheggio sistematico del welfare. Si taglia sulla sanità pubblica, ridotta ormai all’osso, e si prosciugano i capitoli di spesa destinati ai servizi essenziali. In pratica, si scambia il diritto alla salute dei cittadini con le munizioni per una missione nel Golfo Persico. Una scelta morale e politica che grida vendetta, fatta sulla pelle di chi non arriva alla fine del mese ma si troverà a pagare, letteralmente, le bombe di domani.

In questo scenario, lo spettacolo offerto dal Partito Democratico è, se possibile, ancora più imbarazzante. Dove sono le parole chiare e nette? Dove è l’opposizione ferma per tenere l’Italia fuori da questa avventura? Il PD balbetta, prigioniero di un europeismo di facciata che non riesce a distinguere tra cooperazione e belligeranza. Non vedere dove porti un coinvolgimento, anche solo logistico, nell’avventura dei Sette significa essere politicamente ciechi o, peggio, complici.

La mancanza di una linea di demarcazione netta da parte della principale forza di opposizione lascia il Paese senza una voce che dica no a un’escalation dalle conseguenze imprevedibili.
Hormuz non è un punto sulla mappa, è la miccia di un conflitto che rischia di divampare in tutto il Medio Oriente, trascinandoci in una spirale di violenza da cui sarà impossibile uscire indenni. L’Italia non ha bisogno di nuove crociate per il petrolio mascherate da missioni di pace, ma di una politica estera autonoma e di investimenti sociali.

Continuare a seguire ciecamente le rotte tracciate da Washington, mentre si smantella lo Stato sociale in patria, non è realismo politico: è un suicidio assistito.