La cinghia stretta e il silenzio complice della politica

L’ultima indagine Istat sui consumi fotografa una realtà spietata: un terzo degli italiani è costretto a tirare la cinghia, rinunciando persino a curarsi. Non parliamo di statistiche astratte, ma di esistenze concrete logorate dalla rinuncia.

Questo impoverimento sistematico non è una calamità inevitabile o uno stato di natura immutabile. È il risultato preciso di scelte politiche ed economiche ben deliberate. Gli spazi per invertire la rotta e restituire dignità al Paese esistono eccome, ma vengono scientificamente evitati da un arco parlamentare paralizzato dal conformismo liberista.

Da un lato, la maggioranza di governo si concentra su revisioni dell’Irpef pericolose e regressive, che strizzano l’occhio ai redditi più alti e impoveriscono ulteriormente i servizi pubblici fondamentali. Dall’altro lato, nel campo delle opposizioni, la situazione non è più confortante. Parlare di una seria tassazione sui grandi patrimoni o di una vera redistribuzione della ricchezza resta un tabù invalicabile.

Questo muro del silenzio unisce il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e tutta quella galassia centrista la cui unica funzione sembra essere quella di zavorrare ogni spinta progressista.

Si insegue un’alleanza numerica incapace di parlare agli strati popolari con un briciolo di credibilità e determinazione.

Il sintomo più evidente di questa subalternità culturale è la totale incapacità di dire un “no” netto e senza ambiguità alla guerra e al riarmo. Si continuano a bruciare valanghe di risorse pubbliche nella spesa militare, un drenaggio vergognoso di denaro sottratto ai capitoli vitali della sanità, della scuola e del welfare. Per invertire questa spirale serve una scossa dal basso del Paese. Dobbiamo assediare le posizioni della politica istituzionale attraverso la costruzione di un grande movimento popolare.

Lo stop al bellicismo deve diventare una rivendicazione semplice, stringente e fondante, l’elemento di svolta imprescindibile per scardinare il dogma del liberismo che ci inchioda a un’austerità senza senso, portatrice solo di sofferenze evitabili.

Questo movimento largo deve sapere condizionare in modo netto la politica, anche per quelle posizioni contrarie alla guerra che pure si affacciano nella rappresentanza politica, ma che rischiano costantemente di essere sacrificate sull’altare dell’alleantismo politicista e del calcolo elettorale.

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