Tecnologia, comando, potere, accumulazione: Panzieri di fronte all’I.A. – Tre domande a Massimiliano Amato

Massimiliano Amato autore de “L’occasione Panzieri” (Delta3Edizioni)

Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto?

Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto del fatto che la tecnologia continui a essere comando. Era esattamente la sua tesi: non esiste una macchina neutra che il capitale userebbe bene o male, esiste la macchina capitalistica. In questo senso la gestione algoritmica del lavoro di piattaforma non è una rottura rispetto alla sua analisi, ma una conferma spettacolare. Anche “Plusvalore e pianificazione”, il suo ultimo scritto teorico, già diceva che la pianificazione capitalistica tende a estendere alla società intera il comando che prima era confinato dentro i cancelli della fabbrica. Oggi quella fabbrica non ha più cancelli: è ovunque, dentro un’app, e il comando si è semplicemente disperso nello spazio sociale, esattamente come lui aveva previsto. Quello che credo lo sconvolgerebbe, invece, è la caratteristica peculiare che questo comando ha assunto: l’opacità. Panzieri lavorava su un comando visibile: il capo reparto, il cronometrista, la catena che imponeva un ritmo che si poteva vedere e contestare collettivamente. L’algoritmo che assegna le corse a un rider, o che valuta le performance di un magazziniere, è un comando che non ha più un volto, spesso nemmeno per chi lo ha progettato. È un’opacità strutturale, non un difetto che si può correggere ricorrendo a un’interfaccia più trasparente. E c’è un secondo elemento che penso lo turberebbe altrettanto: la dispersione fisica dei lavoratori. Tutta la strategia politica di Panzieri puntava sulla fabbrica come luogo di ricomposizione collettiva, lo spazio in cui l’inchiesta operaia poteva raccogliere un sapere comune e trasformarlo in soggettività politica. Il lavoro di piattaforma smonta anche quello: il rider è solo, il magazziniere spesso non conosce i colleghi del turno successivo, e il comando algoritmico prospera esattamente su questa atomizzazione.

A.D.: Spesso l’opinione pubblica e le stesse aziende tendono a percepire l’AI e i software di gestione come entità “neutre”, “oggettive” o matematicamente eque nel valutare la produttività o nel prendere decisioni. In che modo il tuo saggio scardina questa narrazione, dimostrando che l’algoritmo non è altro che la cristallizzazione di precisi rapporti di forza politici ed economici?

M.A.: Prendendo sul serio tre meccanismi che Panzieri aveva individuato per ogni forma di pianificazione capitalistica, e verificando che si ripetono, identici nel codice. Innanzitutto, l’occultamento del politico nel tecnico: un algoritmo di valutazione della produttività non fa altro che tradurre in parametri matematici una scelta che è sempre una decisione manageriale. Presentarla come “oggettiva” è esattamente l’operazione ideologica che Panzieri smascherava nell’organizzazione scientifica del lavoro tayloristica: lì lo studio dei tempi e dei metodi si presentava come scienza neutrale, mentre era la razionalizzazione tecnica di un rapporto di potere. Il secondo meccanismo è la sussunzione della razionalità ai soli criteri di valorizzazione: il sistema non è progettato per essere giusto, ma per massimizzare un obiettivo economico, e l’equità, quando c’è, è un sottoprodotto eventuale, non l’obiettivo. Infine, l’espropriazione della conoscenza: il lavoratore non sa perché il sistema ha preso una certa decisione, ed è proprio questa asimmetria informativa, in uno con quella di potere e di capacità di calcolo, a rendere l’algoritmo incontestabile nella pratica, anche quando sarebbe contestabile nei principi. Il punto che mi interessava di più documentare, non solo argomentare in astratto, sono i casi in cui questa “cristallizzazione di rapporti di forza” è stata provata nei tribunali. La causa collettiva contro Workday, certificata da una corte distrettuale della California nel 2024, riguarda esattamente questo: un sistema che respingeva automaticamente candidati oltre i quarant’anni, senza alcun colloquio umano. La corte ha stabilito che l’azienda ha responsabilità legale anche quando la decisione discriminatoria è mediata da un’intelligenza artificiale. O il caso, ormai di scuola, dell’algoritmo di recruiting Amazon abbandonato nel 2018 perché aveva imparato da dati storici che riflettevano decenni di squilibri nelle assunzioni a penalizzare le candidate donne. In nessuno di questi due casi l’algoritmo ha “deciso” qualcosa di nuovo: ha semplicemente eseguito, con l’autorità apparente della matematica, decisioni di potere già incorporate nei dati e negli obiettivi con cui era stato addestrato.

A.D.: Il titolo del volume parla esplicitamente di un’”occasione”. In un panorama in cui il dibattito sull’AI oscilla pericolosamente tra l’entusiasmo acritico della Silicon Valley e il catastrofismo di chi teme la fine del lavoro umano, qual è la via alternativa che tu proponi per trasformare questo passaggio storico da uno strumento di controllo capitalistico a una reale opportunità di emancipazione sociale?

M.A.: Il titolo del libro, “L’occasione Panzieri”, rappresenta una proposta di metodo anche per il presente. Sia l’entusiasmo acritico della Silicon Valley sia il catastrofismo della fine del lavoro condividono lo stesso errore di fondo, che è esattamente quello che Panzieri combatteva: trattano la tecnologia come un destino invece che come il terreno di un conflitto ancora apertissimo. Se si accetta, con Panzieri, che non esiste una tecnica neutra ma solo una tecnica costruita per uno scopo, allora l’unica domanda sensata è: chi pianifica, per chi, secondo quali criteri, con quale controllo da parte di chi la pianificazione la subisce sul proprio corpo e sul proprio lavoro. La via che propongo non è un ritorno nostalgico al controllo operaio degli anni Sessanta, ma la sua traduzione nelle condizioni di oggi, e passa per tre punti. Primo, un’inchiesta operaia aggiornata: dare voce sistematicamente a chi lavora sotto questi sistemi perché è l’unico sapere capace di aprire la scatola nera dal basso, quando la trasparenza tecnica non basta o non arriva mai. Secondo, la contrattazione collettiva estesa ai parametri algoritmici, non solo ai salari: non è più sufficiente negoziare quanto si guadagna, bisogna poter negoziare come viene calcolato ciò che si guadagna, quali dati vengono raccolti, con quali criteri si valuta una prestazione. Terzo punto, il più panzieriano di tutti: l’idea che l’emancipazione non passi dal rifiuto della tecnica né dalla sua accettazione passiva, ma dal rovesciamento della separazione tra chi progetta i sistemi e chi li subisce. Significa portare la conoscenza e il controllo di chi lavora dentro la progettazione stessa degli strumenti, non solo nella gestione del loro impatto a valle. È un’occasione, appunto, non una garanzia. E può restare mancata, esattamente come accadde al socialismo italiano negli anni Sessanta, se continueremo a discutere di intelligenza artificiale come di un fenomeno naturale. Continuando colpevolmente a ignorare che si tratta, invece, di un rapporto di potere da rinegoziare.

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