L’inflazione provocata dalla guerra divora i salari, il governo risponde con più austerità ed elemosine di Stato

Come ampiamente prevedibile, l’impennata dei costi delle materie prime energetiche sta trascinando al rialzo l’intera filiera dei prezzi al consumo. L’inflazione galoppa e, secondo gli ultimi dati Istat di settembre, ha già toccato il 4,2% su base annua. Dietro la freddezza di questo dato statistico si consuma una gravissima crisi sociale: i salari restano al palo, i bilanci familiari sono ormai impossibili da far quadrare, cresce la rinuncia alle cure mediche e si diffonde ancora di più la povertà. Le disuguaglianze, lungi dal contrarsi, corrono a velocità doppia.

Questo scenario è, in primo luogo, il riflesso macroeconomico dei conflitti alimentati dall’Occidente capitalistico, che pur di difendere i propri privilegi geopolitici semina morte e devastazione all’esterno e produce impoverimento al proprio interno. In Italia, nello specifico, paghiamo il conto di decenni di ricette neoliberiste: tagli allo Stato sociale, privatizzazioni selvagge e compressione salariale continuano a impoverire i ceti popolari a esclusivo vantaggio delle fasce più abbienti della popolazione. Di fronte a questa emorragia, l’azione del governo si conferma imbarazzante: l’esecutivo si limita a interventi estemporanei e propagandistici, tarati sul calendario elettorale, specchietti per le allodole incapaci di frenare un’erosione strutturale del potere d’acquisto che colpisce tutti i cittadini a partire da quelli più vulnerabili.

Anche sul fronte dei carburanti abbiamo assistito a interventi meramente palliativi e a termine, progressivamente svuotati di efficacia. Il taglio delle accise sul gasolio, inizialmente pari a 17 centesimi e poi rimodulato a 12,2 centesimi a settembre, è stato infine dimezzato da Palazzo Chigi proprio nel momento di massima pressione sui prezzi.
A questa ritirata strategica è seguita un’operazione di puro soccorso politico orchestrata d’intesa con i colossi petroliferi (Eni, IP, Q8), i quali hanno introdotto un tetto massimo temporaneo (price cap aziendale a 1,99 €/l per la benzina e 2,19 €/l per il gasolio). Dietro questa apparente concessione si celano evidenti finalità di spartizione del mercato, una dinamica commerciale non a caso finita sotto la lente dell’Autorità Antitrust per presunto abuso di posizione dominante.
In ogni caso, gli stratosferici extraprofitti accumulati dalle multinazionali dimostrano come fosse ampiamente possibile varare l’unica misura davvero strutturale: l’imposizione di tetti legali ai prezzi per decreto statale, come già avviene in altri Paesi europei, anziché affidarsi a risibili concessioni mascherate da beneficenza.

La farsa si ripete sul fronte dei consumi domestici, dove i tanto enfatizzati stanziamenti del Decreto Bollette 2026 si sono tradotti in sostegni paternalistici e rigorosamente blindati. Se da un lato è stato erogato un bonus straordinario una tantum di appena 115 euro per 2,7 milioni di famiglie vulnerabili — affiancato dal bonus sociale ordinario per ISEE inferiori a 9.796 euro — i rigidi paletti d’accesso hanno deliberatamente escluso una fetta enorme di lavoratori dipendenti e pensionati, lasciandoli senza alcuna tutela reale.

La totale inadeguatezza di queste misure emerge con brutale chiarezza quando si confrontano le “elemosine” erogate con l’entità dei rincari succedutisi nel corso dell’anno. I dati ufficiali di Nomisma Energia, rilanciati dal Sole 24 Ore, stimavano un aggravio di base di ben 870 euro per le sole forniture energetiche sul mercato libero. A ciò si aggiunge la scure delle tariffe disposte da ARERA, che dal 1° ottobre 2026 ha sancito un netto incremento del +37,3% per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela, portando la loro spesa annua a 665,38 euro (+9,3% rispetto al 2025). Ma è tutto il costo della vita che nel 2026 ha registrato un balzo: le rilevazioni di Codacons e Federconsumatori evidenziano rincari a catena che portano la stangata complessiva (con oltre 300 euro di soli aumenti nel carrello della spesa) tra i 1.389 e i 1.507 euro annui per una famiglia tipo con un figlio. Per i nuclei con due figli, Federconsumatori stima una batosta sul paniere annuale che tocca i 1.900 euro.

Oltretutto questi aumenti pesano in modo fortemente regressivo e asimmetrico sui bilanci delle famiglie a basso reddito, incidendo sulle spese totalmente incomprimibili. Come certificato dagli studi di Banca d’Italia e dell’Istat, i nuclei appartenenti al primo quintile di spesa destinano oltre il 60-65% delle proprie entrate mensili esclusivamente a casa, bollette e alimentari. Non potendo azzerare i consumi di prima necessità, l’inflazione reale per i meno abbienti risulta sensibilmente più alta rispetto a quella dei redditi medio-alti. La perdita di potere d’acquisto per il 20% più povero della popolazione si è rivelata più che doppia rispetto al 20% più ricco: una vera e propria tassa sulla povertà su cui le elemosine del governo incidono in misura trascurabile.

L’intero scenario risulta ancora più drammatico se contestualizzato nel declino di lungo periodo dei salari italiani. Nel 2020 l’OCSE certificava che le retribuzioni reali in Italia erano inferiori del 2,9% rispetto a quelle del 1990. Da allora si sono succeduti tre esecutivi di segno diverso, ma la musica non è cambiata, anzi la situazione è precipitata. Istat e Ocse nel 2026 certificano che dal 2019 a oggi le retribuzioni reali hanno subito una nuova decurtazione netta di circa il 7%. Questa contrazione è il risultato di una fiammata inflazionistica cumulativa che ha superato il 19%, a fronte della quale i salari nominali in busta paga sono cresciuti mediamente appena di poco più del 12%. Tutto questo non è solo politicamente e moralmente condannabile per la devastazione sociale che produce, ma è economicamente miope, essendo una delle cause primarie della stagnazione che da decenni affligge il Paese.

È evidente la necessità di una radicale inversione di rotta per risalire la china dell’impoverimento di massa e del declino economico. Serve una rottura netta con gli assurdi vincoli di austerità europei, una drastica riduzione delle spese militari a favore della spesa sociale e la fine del sostegno ai conflitti armati. È tempo di introdurre una vera tassa sui grandi patrimoni e di ripristinare la progressività fiscale. Ma soprattutto, invece di bonus a tempo distribuiti in base alle scadenze elettorali, sono indispensabili aumenti generalizzati di salari e pensioni ben superiori al livello dell’inflazione, uniti all’istituzione di un salario minimo legale di 12 euro l’ora indicizzato stabilmente al costo della vita.

Al contrario, il governo prosegue imperterrito sulla strada del riarmo e del rigore contabile, che sarà sicuramente, ancora una volta, la cifra della legge di bilancio in preparazione. E per salvare la faccia e non perdere consensi, in previsione delle elezioni, l’esecutivo arriva a chiedere all’Unione Europea di poter stornare 14 miliardi di prestiti originariamente destinati alle energie rinnovabili per finanziare nuove e temporanee misure tampone. A peggiorare il quadro interviene la BCE, che si appresta a un nuovo rialzo dei tassi d’interesse: una scelta dalle conseguenze nefaste su investimenti, salari, occupazione e mutui delle famiglie, che si traduce nell’ennesimo regalo ai profitti miliardari del settore bancario.

L’azione del governo, unita alla complicità con i diktat di Bruxelles e Francoforte, sta continuando a produrre una devastazione sociale senza fine. Continuare a gestire una crisi strutturale con la logica assistenziale del bonus non è solo inutile, è un insulto alla dignità dei lavoratori e dei pensionati italiani. Mentre i colossi dell’energia e del credito blindano i propri bilanci record, l’esecutivo sceglie di sacrificare il potere d’acquisto dei cittadini sull’altare delle spese militari e del pareggio di bilancio. Di fronte a tutto questo l’unica risposta possibile non può più essere l’attesa o la rassegnazione. Diventa urgente e vitale il rilancio di un grande e unitario movimento di opposizione sociale: una mobilitazione di massa contro il neoliberismo, la guerra e il carovita, capace di rimettere al centro l’aumento dei salari e delle pensioni, la difesa dei servizi pubblici e la redistribuzione della ricchezza.

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