L’Italia al buio: tra l’incudine delle bombe e il martello delle bollette

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato un’onda d’urto che non si ferma ai confini del Medio Oriente, ma colpisce direttamente il portafoglio delle classi popolari italiane. Mentre il prezzo del petrolio vola -con il Brent che segna un +8,28% in poche ore e previsioni che spingono il greggio verso i 150 dollari al barile- il Governo italiano resta drammaticamente silente, confermando una marginalizzazione diplomatica senza precedenti.

Una crisi energetica annunciata
L’escalation bellica ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia vitale attraverso cui transita un quinto dell’export globale di greggio. I mercati hanno reagito immediatamente: i prezzi di petrolio e gas sono decollati del 25%, trascinando con sé lo spettro di uno shock energetico simile a quello degli anni ’70. Per i cittadini italiani, questo si traduce in un impatto brutale su benzina e bollette, con rincari già registrati tra gennaio e febbraio 2026.

Il silenzio assordante del Governo
Di fronte all’azione militare di Washington e Tel Aviv, Roma ha scelto la via di una “linea equilibrista” che maschera in realtà una totale irrilevanza politica. Nessuna parola di condanna per l’operazione, nessuna presa di posizione che possa tutelare l’interesse popolare di fronte a un conflitto che incendia i costi della vita. Il Governo appare incapace di esercitare quel ruolo di mediatore che la nostra storia diplomatica imporrebbe, ridotto a spettatore passivo di decisioni prese altrove che ricadono sulle spalle dei lavoratori e delle famiglie più fragili.

L’inganno della transizione fossile
La gravità della situazione mette a nudo il fallimento delle politiche energetiche interne. Invece di accelerare una transizione seria verso le rinnovabili per ridurre la dipendenza dai mercati esteri, l’esecutivo ha continuato a sostenere il consumo di energia fossile. L’Italia registra un arretramento preoccupante sul terreno di un impegno serio per abbandonare il vecchio assetto energetico, favorendo infrastrutture legate al fossile che ci incatenano a dinamiche geopolitiche esplosive.
L’incapacità di uscire dalla trappola degli idrocarburi significa condannare il Paese a subire, tra altre cose come ad esempio la scelta demenziale dell’ acquisto di gas statunitense costosissimo, ogni crisi internazionale, scaricandone i costi su chi già fatica a pagare le utenze domestiche.
In questo scenario, la marginalizzazione dell’Italia non è solo diplomatica, ma strutturale. Senza una voce critica verso l’escalation bellica e senza un piano energetico che abbandoni finalmente i combustibili fossili, i cittadini continueranno a essere gli ostaggi economici di guerre decise a migliaia di chilometri di distanza.