Il blindaggio dell’escalation: se la pace diventa un tabù per i progressisti

L’intervista rilasciata da Paolo Gentiloni a La Stampa fotografa in modo nitido, e per molti versi drammatico, lo smarrimento ideale e politico in cui naviga l’attuale classe dirigente del Partito Democratico.

Nel commentare la nascita del cosiddetto “vertice dei Volenterosi”, l’ex premier benedice una presunta “asse trasversale anti-Kiev” e applaude la resistenza di Giorgia Meloni ed Elly Schlein contro le pressioni dei settori contrari alla guerra.

Una postura che rivela una narrazione polarizzata, in cui ogni spazio di dissenso viene bollato come cedimento e ogni spinta diplomatica viene derubicata a minaccia per la sicurezza continentale.

Il fulcro del ragionamento di Gentiloni poggia sulla reiterata costruzione della Russia come minaccia esistenziale perpetua, un totem geopolitico agitato per giustificare un cambio di paradigma irreversibile. Questa visione produce un pericoloso oblio della storia.

Si cancella con un colpo di spugna decenni di architettura della sicurezza europea che, pur tra mille tensioni, aveva individuato nella coesistenza, nel dialogo e nei trattati commerciali gli unici veri anticorpi contro il ritorno dei conflitti su larga scala nel continente.

Sostituire la diplomazia con la mobilitazione permanente significa condannare l’Europa a una linea di faglia perenne, trasformandola nel teatro di una potenziale e catastrofica escalation globale.

La conseguenza logica di questa impostazione è l’accettazione acritica del riarmo bellico. Nelle parole dell’ex commissario europeo si percepisce la spinta verso una militarizzazione strutturale delle risorse pubbliche. Si tratta di una scelta politica precisa, che si traduce in un attacco diretto alle condizioni di vita materiali dei popoli europei.

Risulta evidente come la retorica della difesa comune e l’incremento delle spese militari vadano a erodere i bilanci dello stato sociale. Ogni miliardo investito in sistemi d’arma avanzati, in munizioni e in forniture belliche è un miliardo sottratto alla sanità pubblica, all’istruzione, al supporto alle famiglie e alle politiche per la transizione ecologica.

Il riarmo, nei fatti, uccide il welfare ed impoverisce le classi lavoratrici, costrette a pagare il prezzo economico di scelte strategiche calate dall’alto.In questo scenario, la sponda offerta dal Nazareno alla linea governativa sulla prosecuzione del conflitto ucraino rappresenta una rinuncia al ruolo storico della sinistra come forza costruttrice di pace.

Esultare per l’allineamento tra Schlein e Meloni su un tema così divisivo significa neutralizzare il dibattito democratico e privare i cittadini di un’alternativa reale. Tutto il contrario di ciò che servirebbe in questa fase storica: l’avvio di un negoziato vero, trasparente e globale, che metta al centro la stabilità dell’Europa e la salvaguardia delle vite umane.

Continuare a evocare lo spettro di una inesistente Russia aggressiva verso l’Europa per blindare la spesa militare non fa che allontanare qualsiasi prospettiva di tregua.

 L’Europa ha urgente bisogno di riscoprire la propria vocazione diplomatica, non di trasformarsi in una retrovia logistica di una guerra di logoramento senza fine.

La vera sicurezza dei popoli europei si difende garantendo i diritti sociali e la stabilità economica, non alimentando una spirale di escalation che rischia di non avere ritorno.

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