Il rapporto Mil€x 2026 scatta una fotografia nitida della deriva bellicista in cui il nostro Paese si trova. La spesa militare italiana ha raggiunto il massimo storico: 33,9 miliardi di euro di spesa diretta, quasi 35 miliardi includendo i costi indiretti. Un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e del 45% rispetto a dieci anni fa. Una crescita più rapida della capacità di spesa reale.
Dal 2010 al 2026 l’Italia ha speso 429 miliardi (503 miliardi rivalutati). Il DPP (Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa) prevede 130 miliardi di nuovi sistemi d’arma nei prossimi 15 anni. L’obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035 comporta un impegno aggiuntivo stimato in 498 miliardi nel prossimo decennio.
Il settore che trascina questa crescita è quello degli armamenti, che superano per la prima volta i 13,1 miliardi (+60% rispetto al 2022). I grandi programmi esplodono: GCAP–Tempest (votato allegramente anche dal PD) arriva a 18,6 miliardi, per gli F‑35 si superano i 20 miliardi, la Legge Navale (legge speciale che consente di finanziare le navi fuori dal bilancio ordinario della Difesa, attraverso fondi aggiuntivi e canali interministeriali) oltrepassa i 12 miliardi. Le missioni all’estero costano 1,8 miliardi. E le missioni militari italiane all’estero non sono certo operazioni di pace: servono soprattutto a proteggere rotte energetiche e commerciali, come conferma Greenpeace, secondo cui il 59% dei costi è legato alla sicurezza degli approvvigionamenti fossili. In pratica, rafforzano la presenza italiana nelle aree NATO‑UE, sostengono l’industria bellica, mantengono la “prontezza operativa” e contribuiscono a gestire flussi migratori e stabilizzare governi alleati. Sono strumenti di geopolitica economica, non di cooperazione.
Uno dei dati più rilevanti, segnalati dal rapporto Mil€x 2026, è che il bilancio del Ministero della Difesa rappresenta solo la facciata della spesa militare italiana.
Una quota decisiva dei fondi per armamenti -oltre 3 miliardi nel 2026 -è collocata sul MIMIT – Ministero delle Imprese e del Made in Italy, non sulla Difesa. Guardare solo quel bilancio significa sottostimare di un quarto lo sforzo del riarmo. Altre voci militari, come missioni all’estero, pensioni, basi USA e contributi UE, sono distribuite su ministeri diversi. La spesa reale è dunque molto più alta e articolata di quanto sembri.
È qui che si pone una delle criticità evidenziate dal rapporto.
Il Parlamento approva i programmi di armamento senza un vero esame approfondito. Nella XIX Legislatura sono stati autorizzati 78 programmi, per 36,4 miliardi, spesso senza istruttorie indipendenti, analisi dei costi o valutazione di alternative. La documentazione fornita dalla Difesa è incompleta e tardiva, mentre i costi dei grandi sistemi d’arma lievitano dopo il voto, talvolta triplicando. Come si è puntualmente verificato nel 2025 quando, a consuntivo, il bilancio del Ministero della Difesa è aumentato addirittura del 13,5 per cento rispetto alle previsioni.
Alla questione “trasparenza” si lega, e pericolosamente, anche un serio problema democratico nell’equilibrio dei poteri tra la politica e il complesso militare-industriale che, con tutta evidenza, “detta l’agenda”.
D’altro canto, è importante ricordare che nel 2026, in base alla legge di bilancio, è previsto che la sanità cresca solo dello 0,9%, a fronte di un aumento del 12% della voce “riarmo”. Questo squilibrio non è casuale: per raggiungere il target NATO del 2% del PIL, l’Italia gonfia la spesa militare e comprime quella sociale. È così che si costruisce un’economia di guerra: aumentando ciò che conta per la NATO e riducendo ciò che conta per le persone.
Ed è solo mettendo a confronto queste percentuali – +12% al riarmo contro +0,9% alla sanità, che in realtà significa una riduzione della spesa reale con un’inflazione all’1,5% – che si coglie il vero impatto del riarmo sulla società. Viene privilegiato ciò che aumenta la quota militare sul PIL e si sacrifica ciò che sostiene la vita quotidiana delle persone.
Ed è qui che emerge una contraddizione evidente: il governo italiano mente alla NATO e contemporaneamente ai suoi cittadini. Da un lato gonfia artificialmente la spesa militare per dichiarare agli alleati atlantici di aver raggiunto gli obiettivi (la quota sul PIL resta all’1,46%, ben lontana dal 2,01% certificato dalla NATO grazie a riclassificazioni contabili che gonfiano artificialmente il perimetro della spesa, dichiara Mil€x); dall’altro sostiene pubblicamente che il riarmo non avverrà “a scapito della sanità, dell’istruzione e dei servizi pubblici”.
E se da una parte il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dichiara che l’Italia “gestirà gli impegni internazionali sulla difesa senza tagliare la spesa sociale ed evitando un aumento insostenibile del debito pubblico” mentre i numeri mostrano che la compressione della spesa sociale è già in atto, dall’altro Schlein, segretaria del maggiore partito d’opposizione, invece di contestare la logica del riarmo, discute solo del modo migliore per renderlo più efficiente.
Che il “partito della guerra” sia un partito bipartisan è oramai noto. Sia in ambito europeo, sia in ambito nazionale, registriamo che il PD che guida il cosiddetto “campo largo” che dovrebbe rappresentare la via d’uscita a questo governo fascista e guerrafondaio, non si fa scrupoli a votare a favore dei programmi di riarmo.
Ma bisogna intendersi su cosa significhi davvero “riarmo”. I dati del rapporto Mil€x ci restituiscono la dimensione quantitativa del fenomeno, ma sappiamo che questo è solo un lato della questione. L’altra faccia è ciò che possiamo chiamare riarmo cognitivo: un processo parallelo, meno visibile, che agisce sull’immaginario collettivo e sulla percezione pubblica della sicurezza.
L’operazione “riarmo” sta infatti ridisegnando le priorità del Paese nel suo complesso. Non solo sposta risorse dallo stato sociale verso l’apparato militare, ma interviene anche sul modo in cui la società pensa, sente e interpreta la guerra. La normalizza. La rende un orizzonte possibile, quasi inevitabile. E mentre si costruisce questa nuova narrazione, si procede alla frammentazione del corpo sociale, alimentando paura e insicurezza per ottenere consenso attorno a una concezione distorta della “difesa”.
Parallelamente si rafforza la repressione del dissenso: si restringono gli spazi di critica, si delegittimano le voci contrarie, si costruisce un clima in cui contestare il riarmo appare sospetto, se non addirittura pericoloso. In questo modo il riarmo diventa il cuore di un progetto politico che ci trascina verso un mondo dove la sicurezza sostituisce i diritti, la forza sostituisce la politica, l’obbedienza sostituisce la democrazia.
Per questo “No al riarmo” non è uno slogan ma è un argine. Perché attraverso il riarmo passa la guerra, non la difesa. Perché la guerra non è normale, la guerra è l’anomalia.
E oggi, più che mai, difendere la pace significa fermare il riarmo.