L’Europa si trova davanti a un bivio storico, sospinta da una narrazione tecnocratica che vorrebbe ridurne il destino a un’immensa fabbrica di armamenti e cattedrali di silicio, sempre accodata a una dimensione atlantica in declino.
La ricetta presentata da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività delinea un’architettura geopolitica ed economica tanto ambiziosa quanto drammatica. Per colmare il divario di produttività con gli Stati Uniti e la Cina, l’ex presidente della BCE individua nell’Intelligenza Artificiale, nella moltiplicazione dei data center e nel riarmo bellico integrato le uniche chiavi per la sopravvivenza del continente.
Tuttavia, dietro la retorica dell’efficienza e della sicurezza, si nasconde una profonda contraddizione strutturale che rischia di trascinare l’Unione in un vicolo cieco sociale, ambientale e democratico.
Il primo, enorme equivoco risiede nella presunta “immaterialità” della transizione digitale. Spingere forsennatamente sulla proliferazione di macro-infrastrutture di calcolo significa ignorare l’impatto materiale della tecnologia.
L’intelligenza artificiale e la gestione dei flussi di dati poggiano su una pesante infrastruttura fisica di enormi data center. Queste strutture richiedono una quantità spaventosa di risorse naturali: suolo, minerali rari e milioni di litri d’acqua per il raffreddamento. Ma è sul piano energetico che il modello Draghi si scontra con gli obiettivi climatici. La richiesta di elettricità di questi complessi industriali è talmente gigantesca da rischiare di vanificare gli sforzi di decarbonizzazione, costringendo i governi a mantenere in funzione fonti fossili per garantire la continuità del servizio.
È il paradosso di un’innovazione che distrugge la biosfera in nome dell’efficienza algoritmica. Ma il nodo cruciale tocca il cuore del potere e dell’organizzazione sociale. L’invocazione di Draghi a creare enormi data center risponde a una logica intrinsecamente centralizzatrice. Questa concentrazione della potenza di calcolo e dei dati non fa che riprodurre dinamiche oligarchiche.
Invece di democratizzare l’accesso alla conoscenza, essa favorisce forme di monopolio tecnologico che espropriano le comunità della propria sovranità reale. Il lavoro umano, la creatività e le relazioni sociali vengono ridotti a mera materia prima da estrarre, processare e monetizzare all’interno di queste nuove fabbriche digitali.
Si tratta di un nuovo estrattivismo, come ha recentemente ricordato Michela Arricale, che non scava la terra, ma saccheggia le esistenze e mettendole a valore per interessi privati.
Questa ossessione per la “potenza accumulata” si salda perfettamente con la pericolosa torsione militarista dell’agenda Draghi. La competitività teorizzata non è neutrale: si declina attraverso un’economia di guerra che spinge verso il riarmo industriale e la convergenza tra tecnologie civili e militari. Si delinea così un’Europa a trazione bellico-digitale.
Da un lato la gigantografia dei server energivori, dall’altro le catene di montaggio degli armamenti. Due facce della stessa medaglia che rinuncia alla redistribuzione della ricchezza, alla sanità pubblica, alla scuola e alla cura del territorio per finanziare la difesa e l’infrastruttura algoritmica.
L’Europa, i popoli europei, non possono e non devono accettare che la sua sopravvivenza dipenda da una corsa basata su cannoni e chip accumulati in fortezze tecnologiche che bruciano il pianeta.
La vera sovranità europea non si costruisce scimmiottando i modelli centralisti, ma rovesciando il paradigma.
Abbiamo bisogno di un modello digitale alternativo, decentrato, che metta al centro il limite ambientale, la trasparenza e la democrazia del dato. Sfidare la dottrina Draghi significa rifiutare un futuro in cui il benessere comune e la pace vengono sacrificati sull’altare dell’efficienza militare e del profitto degli algoritmi.
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