L’ipocrisia dell’astensione incrociata: il punto più basso del campo largo

L’ultimo capitolo offerto dalle opposizioni parlamentari in tema di politica internazionale rappresenta una delle pagine più opache e sconfortanti della recente storia repubblicana. Di fronte al dramma della guerra, alla complessità degli equilibri geopolitici e alla responsabilità di indicare una rotta chiara al Paese, le forze del cosiddetto “campo largo” hanno preferito rifugiarsi nell’espediente più vecchio e logoro del manuale di sopravvivenza parlamentare: il trucco dell’astensione incrociata.

Un gioco di prestigio procedurale, un posizionamento ipocrita volto unicamente a coprire fratture insanabili, che finisce però per svelare tutta la fragilità e l’inconsistenza di un’alleanza costruita sulle sabbie mobili della pura tattica elettorale.
Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si sono presentati alla Camera con risoluzioni dai contenuti profondamente divergenti sul sostegno militare a Kiev e sulla gestione del conflitto russo-ucraino.

Di fronte all’evidenza di una spaccatura che avrebbe certificato l’impossibilità di una proposta di governo alternativa e coerente, si è scelto di percorrere la via del disimpegno programmato. Astenersi reciprocamente sui testi altrui per non votare contro, simulando una finta non-belligeranza interna, è un insulto all’intelligenza degli elettori e alla dignità delle istituzioni. La politica, quella con la P maiuscola, dovrebbe essere l’arte del possibile, la capacità di mediare e trovare sintesi alte su passaggi cruciali, non l’esercizio dell’incredibile e del funambolismo pur di non mostrare le proprie debolezze.

Siamo davanti a uno dei punti più bassi mai raggiunti da questo schieramento. Come si può pensare di proporsi alla guida di una grande nazione se non si è in grado di esprimere una posizione univoca e coraggiosa sul dossier più scottante dell’attualità globale? Il paradosso di votare a favore di gran parte dei singoli punti presentati dagli altri partiti, per poi sottrarsi al voto finale attraverso l’astensione, trasforma il Parlamento in un teatro dell’assurdo.

Questo atteggiamento non fa che rafforzare la narrativa della maggioranza e indebolire la credibilità dell’intera area progressista e pacifista, ridotta a un insieme di monadi incapaci di dialogare se non per convenienza di bottega.

Mentre le segreterie si affannano a giustificare l’ingiustificabile e a convocare assemblee programmatiche per riscoprire formule identitarie, il mondo reale si organizza su linee di faglia drammatiche. La retorica del riarmo a oltranza e l’assenza di una vera, vigorosa iniziativa diplomatica europea stanno trascinando il continente in un vicolo cieco. In questo scenario, le mezze misure e i silenzi calcolati del campo largo appaiono ancora più colpevoli.

Non è più il tempo dei tatticismi esasperati, delle geometrie variabili o delle foto di gruppo scattate un minuto prima del voto per simulare una concordia che non esiste nei fatti.

A fronte di questo desolante spettacolo istituzionale, emerge con spietata chiarezza una necessità storica e sociale impellente: serve costruire, oggi più che mai, un movimento serio, coerente e determinato contro la guerra e il riarmo. Un movimento che non risponda alle logiche di posizionamento dei partiti, che non debba mediare al ribasso sulla pelle delle popolazioni colpite dai conflitti e che sappia rimettere al centro del dibattito pubblico i temi della pace, del disarmo bilanciato e della cooperazione internazionale.

C’è un Paese reale che rifiuta l’escalation militare e che non si riconosce nelle capriole procedurali di una politica ridotta a puro marketing. È a questa vasta area di cittadinanza che bisogna dare voce, con una proposta limpida, coraggiosa e radicale, capace di superare le ipocrisie parlamentari e di restituire dignità all’impegno civile.

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